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IL RIDICOLO COPRE LE ISTITUZIONI

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Nessuno sembra accorgersene. Qualcuno vorrebbe imbeccare la Suprema Corte

 

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Il Gallo Napoleone (c) Graffiti-on-line.com


Il Ca’ Sofri

IL RIDICOLO COPRE LE ISTITUZIONI

Nessuno sembra accorgersene. Qualcuno vorrebbe imbeccare la Suprema Corte

(Rieti, Sep 19 2004 12:00AM) Mi pare sia ormai giunta l’ora di consegnare il Caso Sofri alla storia. Magari con un’etichetta formato “intellettuale”. Ho pensato ad una soluzione tra il grammaticale e il sintattico: “Il Ca’ Sofri”. Credo così di rendere anche omaggio ai padri della lingua italiana che, evidentemente, ebbero le loro buone ragioni foniche e glottologiche quando adottarono la contrazione in ca’ dei sostantivi casa e calle, ancora oggi presente nell’italiano delle Venezie ed in Toscana. In questo modo eviterò anche la cacofonia del “so” di Caso con il “So” di Sofri. E mi auguro che tutto il rumore che si sta facendo intorno all’argomento, possa presto placarsi e trovare riposo nell’archivio dei casellari giudiziari, come di solito avviene per ogni vicenda processuale. (Rieti, 8 aprile 2004). Le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi pullulano di interventi sul Ca’ Sofri. Non parliamo poi delle televisioni: ne abbiamo almeno sette che si accaniscono a tutte le ore del giorno e della notte a mandare in onda notizie, incontri, precisazioni, pronunciamenti, talk show ed altri riempitivi sull’argomento. C’è chi la pensa in un modo, chi in un altro, chi si dissocia, chi si impegna a spada tratta per il si o per il no; c’è chi fa sfoggio di erudizione giuridica, chi si limita ad etichettare come opinione i propri enunciati, chi litiga con gli amici che la pensano diversamente e chi invece fa lo sciopero della fame e della sete. Ne è venuta fuori una cagnara che di più non si potrebbe, neanche se il regista fosse Mel Gibson. Neppure per le guerre in Iraq e in Kuwait, che di spazi sui media ne hanno davvero occupato tanto, si è fatto un chiasso così assordante. Ci mancavano il Capo dello Stato e Pannella. Quest’ultimo poi dovrebbe spiegare dove risiede la logica giuridica di quegli scioperi che lui chiama proteste non violente. Come se i paladini del Ca’ Sofri, dagli “Elefantini” ai Boato, stessero portando avanti delle proteste violente. Questo Paese è davvero malato di un male incurabile, un male che affonda le sue radici nella cultura della sopraffazione psicologica che ne ha tracciato la storia, con tanto di beneplacito e di imprimatur della Chiesa cattolica, sempre presente nei fatti che hanno costruito l’Occidente così come ce lo ritroviamo. Protesta non violenta, la chiama Pannella, come se la violenza si debba esprimere sempre e soltanto coi manganelli della polizia o coi cubetti di porfido e le bottiglie Molotov di buona memoria. Non è forse violenza lo sciopero della sete e della fame di un anziano in precarie condizioni di salute che usa le proprie pessime condizioni fisiche come una minaccia per ottenere cose che la Costituzione repubblicana neanche si sogna di prevedere e che, comunque, richiederebbero tempi lunghi per essere ripensate, dibattute, approvate e promulgate? La minaccia sta nella correlazione tra le istanze particolari che si allegano alla protesta ed il danno fisico personale possibile di cui si vuol evidentemente fare carico alle Istituzioni. Il codice penale, che discende dalla Costituzione, associa i concetti di minaccia e di violenza a quello dell’estorsione che si realizza, appunto, nel procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto mediante l’uso della minaccia e della violenza. L’accostamento non mi pare del tutto pellegrino. E’ inutile quindi disquisire sui significati giuridici e sul fatto che il codice penale considera reato anche il tentato suicidio, atto estremo che può a ragione definirsi violenza. Ma, già che ci siamo, vediamo da che pulpito viene la predica. Sono decenni che questa brava gente lavora per modificare e distruggere la società che ci hanno lasciato i nostri padri. Infatti, abbiamo visto dove siamo giunti con le lotte per la difesa dei diritti e delle libertà (intendiamoci: malintesi diritti e malintese libertà) portate avanti dai radicali e soprattutto da Pannella coi loro scioperi non violenti. Questi radicali hanno combattuto battaglie epocali per liberalizzare, etichettandoli come “libertà e diritti” irrinunciabili, la droga, l’aborto, la pillola, la commercializzazione degli embrioni, il divorzio, la prostituzione, le coppie omosessuali, l’eutanasia e (qui plagio Pelanda e Brunetta) “chi più ne ha più ne metta”. Ormai manca soltanto la lotta per liberalizzare la pedofilia e poi saremo al gran completo. Anzi, spero che prima o poi Socci una domanda cattiva a Capezzone, sulla liberalizzazione della pedofilia, la faccia, così chiariremo definitivamente le posizioni di questi paladini delle libertà anche su questo scottante argomento. Ma dei diritti dei minori, quando ne parliamo? E’ molto probabile che, sull’argomento, Pannella & Company non abbiano nulla da rimproverare ai padri della Costituzione e quindi gli articoli 29 e 30 della “magna carta” vanno loro a pennello nel modo in cui sono stati concepiti e formulati, anche laddove liquidano la questione assegnando ai genitori il “diritto-dovere di mantenere ed educare i figli”, mentre tacciono in maniera spudorata sul diritto dei minori di avere una famiglia: un diritto questo che in una società sana dovrebbe avere dignità pari a quella dei diritti alla vita ed all’integrità fisica. Nessuno di questi signori si è mai battuto perché fosse configurata come reato la separazione della coppia quando questa possiede ancora figli in età minore. Invece, i capisaldi delle lotte “non violente” dei radicali e di Pannella sono altri e, guarda caso, sono proprio quelli che hanno contribuito in misura considerevole al disfacimento della famiglia e della società civile ed al deterioramento dell’etica morale dell’individuo. Il recente caso della clinica romana, dove si praticavano aborti e soppressioni di feti all’ottavo mese, la dice lunga sulla lotta alle mammane con cui Pannella si è riempito per anni la bocca. In buona sostanza i radicali hanno combattuto le loro battaglie per conferire la dignità di “valore etico” alle cose più turpi che il genere umano sia mai riuscito ad inventare. Ma dopo la digressione, necessaria per definire i contorni delle lotte “non violente” del signor Pannella, torniamo al Ca’ Sofri. Non è neanche il caso di ripetere, sia pure con parole diverse, tutto quello che è stato detto e scritto sulla vessata questio. Vorrei invece proporre argomentazioni diverse e mettere, almeno per quanto mi riguarda come cittadino, la parola fine ad un falso problema, cui si sono volute attribuire tante facce e innumerevoli profili ed a cui si sono volute conferire carature filosofiche, culturali, costituzionali e politiche esagerate e forse anche inopportune e non necessarie. Tra l’altro penso si tratti di forzature ingiustificate; e male ha fatto, secondo me, il Presidente Ciampi, ad infilarsi nel vicolo cieco della grazia a Sofri. Al Presidente della Repubblica italiana la Costituzione non permette di belare, figuriamoci di ruggire. Scalfaro ha fatto quello che ha fatto, giocando sull’equivoco e sulla quasi certezza di rimanere impunito. Premesso quindi che non desidero affatto parlare di Sofri che, nella situazione specifica, considero una vittima dei suoi amici e dei suoi difensori, dico solo che, se è lui, come sembra, il regista di tutta la cagnara, secondo me avrebbe dovuto semplicemente comportarsi come si comportano tutti i cittadini che devono risolvere le loro pendenze con la giustizia. Sofri invece non ha mai riconosciuto ufficialmente, per quanto possa apprendersi dalla “dottrina” e dalle teorie con cui lui e i suoi “compagni” hanno giustificato gli anni di piombo, la legittimità dello Stato italiano, né il diritto dello Stato di governare ed amministrare la giustizia. Non parliamo poi dell’opportunità di manifestare il suo personale cordoglio per l’assassinio di cui gli viene imputata la regia o di chiedere perdono alla famiglia. Ed è questo il punto: riconoscono o no, questi signori, l’autorità e la legittimità dello Stato italiano? Se la risposta è si, essi devono di conseguenza rispettarne le regole; se la risposta è no, essi non meritano l’innalzamento sugli altari del martirio. E coloro che tentano equivocamente di santificarli dovrebbero essere considerati, almeno teoricamente, “collaboratori” e quindi corresponsabili delle omissioni e dell’irresponsabilità, alla stessa stregua del reo. Per oltre 5 anni ho tenuto libero, nel recinto della mia casa di campagna, un gallo. Lo avevo chiamato Napoleone, per quanto era imponente, maestoso, variopinto e fiero, con la sua cresta smagliante, gli speroni lustri e minacciosi e il chicchirichì del dominatore. Era molto di più che un animale da guardia: geloso del territorio, tutto preso del compito naturale di difendere le appena quattro galline del pollaio, attaccava chiunque si avvicinasse e considerava nemici anche i miei familiari, in particolare mia moglie che era la sua vittima preferita e più di una volta ha tentato di aggredirla alle spalle. Probabilmente la considerava una grossa gallina. Il ricordo di Napoleone mi aiuta a fare una riflessione sul “Ca’ Sofri”: gli animali si muovono in un loro mondo nel quale noi siamo considerati intrusi; essi hanno una loro naturale visione della realtà, hanno le loro esigenze, le loro necessità e il nostro impegno ad allestire ricoveri e fornire loro cibo ed acqua è un pessimo surrogato di ciò che essi, se lasciati liberi nel loro elemento naturale, sarebbero in grado di procacciarsi da soli, senza il nostro aiuto. Napoleone non mi ha mai chiesto nulla e sono certo della sua incapacità di nutrire gratitudine per chiunque, tant’è vero che protestava e tentava di attaccare chiunque si introducesse nel suo territorio. Ed era talmente rispettoso delle leggi della natura che affrontò con fierezza persino il supremo sacrificio: morì in una notte di tempesta, assassinato da una volpe che faceva, come lui, il proprio mestiere, difendendo fino all’ultimo le amate galline. Ci sono al mondo uomini che si comportano come la buonanima di Napoleone e, in teoria, tutti, per natura, dovremmo essere come costoro. Ma, per fortuna, la civiltà ha affievolito molte delle caratteristiche primitive che fanno parte del nostro equipaggiamento originario. Quando un uomo obbedisce agli istinti primordiali che sono nel suo DNA o si fa guidare da quei conati di memoria ancestrale di cui poi si fregia e per i quali sogna, teorizza, fa opposizione, condanna, mi pare naturale che non si penta delle conseguenze del suo operare ed è normale che resti coerente alla sua visione del mondo e della società, accettando ricoveri, cibo e tutto ciò che non gli è possibile procurarsi altrimenti, ma per sola necessità e senza essere grato a nessuno di ciò che la società fa per lui. La giungla è stata distrutta ed al suo posto sono sorti palazzi, istituzioni, convenzioni, diritti e doveri. Chi non si adatta a queste varianti determinanti, è logico che poi rimanga quello che è sempre stato, fino in fondo e, se necessario, fino al sacrificio supremo. Un uomo cosiffatto, giustamente, non deve chiedere scusa, né deve ringraziare. Trovo persino coerente che cerchi di abbattere i muri che lo tengono prigioniero e che si opponga a ciò che è contrario alle sue convinzioni. Quest’uomo sa però anche che la sua cultura non è la stessa della società in cui vive e quindi non si aspetta che il mondo che lui combatte cambi le proprie istituzioni per fargli piacere. Si apparta, quindi, e tace e, semmai, continua a teorizzare il suo mondo ideale, ma non pretende che tutto venga improvvisamente cambiato. Sofri questo lo sta già facendo e, direi, anche in modo esemplare. Infatti non è fuggito in Francia come hanno fatto Battisti e il resto della banda dei rivoluzionari all’amatriciana, ma ha riconosciuto la sua sconfitta, si è consegnato, ma non si piega a chiedere la grazia. Sono gli altri, la pletora dei questuanti con senso di colpa e riserva mentale incorporati, che non hanno capito nulla, né di sé stessi, né di Sofri e che, per un malinteso senso di solidarietà, vogliono a tutti i costi prendersi il merito di avere ottenuto l’impossibile forzando gli ordinamenti della Nazione, forse illudendosi di promuovere in questo modo la loro “normalità” a fatto storico o probabilmente sperando di poter dimostrare che l’ordine costituito è più aperto ai bisogni dell’individuo di quanto non lo siano la rivoluzione e il disordine civile che ne conseguono. Si dà il caso che solo quest’ultimo, se venisse apertamente dichiarato, invece di ricorrere a contorsionismi dottrinari o sociologici, sarebbe un buon motivo per ottenere la grazia.

 

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