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Italia nel consiglio di sicurezza se Bush è rieletto

      

   

Foreign Affairs

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Il paradosso della politica estera italiana: “Valere di meno per contare di più!”

 

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Cambiano gli equilibri all’ONU

Italia nel consiglio di sicurezza se Bush è rieletto

Il paradosso della politica estera italiana: “Valere di meno per contare di più!”

(Portorecanati, Aug 12 2004 12:00AM) La politica di Berlusconi a fianco degli USA non ha portato all’Italia prestigio e considerazione di fronte ai partners europei perché viene percepita come un pericolo per gli equilibri continentali in quanto rafforzerebbe l’egemonia statunitense. Ma, dal dopoguerra in poi, il nostro Paese non ha mai occupato un posto di così alto rilievo sulla scena mondiale. Rapporti privilegiati con gli USA, accordi di collaborazione con Russia e Cina, influenza costruttiva sulla politica europea e sulle scelte strategiche americane, impegno efficace per la repressione del terrorismo internazionale, alta vigilanza sull’immigrazione clandestina, elevata presenza e massiccio impegno nelle missioni di pace all’estero, specie quella irakena che è il fiore all’occhiello dell’Italia. Questo bagaglio positivo, frutto dell’accorta regia di Berlusconi, che ha saputo cogliere a volo ogni avvenimento e trasformarlo in un’occasione favorevole, ha attirato sul nostro Governo le invidie e le paure delle nazioni europee egemoni che, in attesa di far valere altrove ed in altre occasioni il loro peso, si sono defilate dalla politica mondiale attiva, emarginando l’Italia e considerandola a torto un elemento di squilibrio e un impedimento nelle scelte strategiche della nascente Europa politica. Gli eventi legati al terrorismo mondiale hanno intanto fatto maturare i tempi per una revisione degli equilibri in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questa revisione, com’è nelle previsioni, vedrà assumere anche alla Germania e al Giappone, nazioni sconfitte come l’Italia nell’ultimo conflitto, un posto preminente che darà loro, se non il diritto di veto che hanno Usa, Russia, Cina, Inghilterra e Francia, almeno un posto nella categoria intermedia, che ne aumenterà a dismisura il prestigio. La revisione, per l’opposizione della Francia e della Germania, ma soprattutto dell’Inghilterra che più delle altre due, considera l’Italia un partner inaffidabile in politica economica ed estera ed un alleato vulnerabile nelle operazioni militari, non prefigura per l’Italia ruoli di preminenza. L’Inghilterra, la Francia e la Germania, al termine del secondo conflitto mondiale sono partite per la ricostruzione da posizioni profondamente diverse e concorrenziali, ma oggi sono schierate su realtà solidali e concorrenti perché possono in eguale misura contare su un’economia più stabile di quella italiana e su una legislazione collaudata che non abbisogna di riforme o di aggiustamenti come quella italiana. Senza contare che la Francia, come l’Inghilterra, ha potuto godere dei privilegi riservati ai vincitori, a differenza dell’Italia cui non fu riconosciuto né il significativo ruolo giocato a favore della caduta del nazifascismo, né il contributo di sangue pagato anche dai civili nel contesto della cosiddetta “liberazione”, per la miopia politica della futura classe dirigente italiana che accelerò la caduta del fascismo con ogni tipo di attività senza porre condizioni e recitando un ruolo subalterno e servile, il più delle volte appagata soltanto dalla vendetta personale, fine a sé stessa. La situazione tedesca non può quindi essere paragonata a quella italiana perché la Germania, benché sconfitta, ha recuperato subito il gap sociale ed economico grazie alle risorse energetiche naturali, alla mentalità dei suoi cittadini ed alla politica interna stabile, che le hanno consentito di progredire senza ritardi. Lo stesso dicasi per il Giappone, in favore del quale giocano anche le pesanti stragi atomiche subite nel 1948. La Germania, separata in due tronchi (divide et impera) per motivi di sicurezza, ha sognato per oltre quarant’anni di riunire il popolo tedesco e di ricostituire la Patria e la Nazione, cosa che ha poi realizzato. Diverso è il caso dell’Italia che non ha mai risolto il conflitto interno che ha diviso profondamente la popolazione nella fase finale della guerra, anche se il territorio nazionale è rimasto pressoché inalterato. Questa divisione, aggravata dalla mistificazione della cosiddetta “liberazione” che di fatto ha accresciuto le ragioni del contrasto interno, si perpetua ancora oggi e si aggiunge alla divisione economica, sociale e culturale creata dalla forzata annessione al regno dei Savoia, di quello dei Borboni e di quello del Papa. L’immagine storica di popolo “diviso” ce la portiamo quindi dietro ed è nota ai nostri parteners europei; inoltre le opposizioni politiche lavorano alacremente per mantenerla ed accrescerla, per cui, malgrado gli sforzi del Governo attuale, nella percezione che ha di noi l’Europa si perpetua l’atavica condanna, ben sintetizzata dal Manzoni: “Noi siamo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. L’odierna realtà italiana, che si dibatte tra il debito pubblico incolmabile e le sconfortanti prospettive politiche alternative a quella attuale, è dunque veramente tragica e purtroppo conferma il giudizio negativo cui la storia ci ha condannato. Se guardiamo le cose da un punto di vista strettamente politico, esistono due Italie che remano da sessant’anni in direzioni opposte sia in politica nazionale che in politica estera: quella moderata e conservatrice detta di centro-destra e quella rivoluzionaria e riformista detta di centro-sinistra. L’apposizione del trattino introduce le aspirazioni di una terza Italia politica, quella di centro, che ha governato fin dal dopoguerra la spaccatura, utilizzandola per gestire la frammentazione del potere e che ha causato il debito pubblico e consentito il radicamento dell’egemonia comunista nell’amministrazione pubblica e nella cultura. Quest’Italia viene rievocata, per ora senza successo, dai nostalgici ex democristiani che vorrebbero forse restaurare “le condizioni degli equilibri avanzati e delle convergenze parallele”. Invece, sotto l’aspetto storico, geografico ed etnico, esistono ancora le tre Italie che furono dei Savoia, del Papa e dei Borboni, ciascuna delle quali è sopravvissuta alla storia in conseguenza delle politiche differenziate portate avanti dai Governi che si sono succeduti alla guida del Paese. L’animale politico che è in Bossi ha colto con lucidità questa situazione ed a dispetto degli inviti istituzionali a mantenere integra l’unità nazionale, ha già da tempo configurato una strategia per gettare nella spazzatura centoquaranta anni di storia “sbagliata” ed erigere una frontiera lungo un “confine” che di fatto è sempre esistito e che ha segnato la linea di demarcazione oltre la quale lo sviluppo industriale, le politiche economiche e le iniziative legislative in favore della produzione sono rimasti lettera morta. Bossi vorrebbe dunque far ripartire l’Italia ex savoiarda dalle posizioni e dai privilegi acquisiti e accumulati in tanti anni sulla pelle della paziente Italia papalina e dell’infelice Italia borbonica, rimaste sequestrate in un territorio deliberatamente tagliato fuori dagli itinerari della produzione e del progresso e condannate a vivere di espedienti istituzionali, non già per una libera scelta dei degnissimi cittadini che vi risiedono, ma per una imposizione sottile e determinata dei Governi che, lungo i canali di una legislazione contraddittoria e inconcludente, hanno creato un mostro inamovibile e maldestro che ha paralizzato ormai l’intera macchina statale: la “Roma ladrona” evocata con disprezzo da Bossi e dai Leghisti, che comprende tutto l’apparato amministrativo periferico. Le emergenze italiane alla fine dell’ultimo conflitto erano del tutto diverse da quelle tedesche e la politica italiana, frutto della Costituzione nata dal “compromesso” cattocomunista, oltre che per l’influenza esercitata dai sindacati e dai partiti dell’opposizione cui premeva il consenso dei diseredati centro-meridionali perché garantiva loro una fetta di potere, si è concentrata nella direzione che assicurava da una parte la sopravvivenza e dall’altra il progresso, perpetuando quel “compromesso” i cui effetti durano ancora oggi, rallentano lo sviluppo nazionale e si oppongono all’inserimento reale dell’Italia in Europa. Qualcuno dovrà, prima o poi, spiegare ad esempio perché le cooperative “rosse” hanno avuto sviluppo soltanto nell’Italia ex savoiarda, mentre l’Italia borbonica è stata condannata senz’appello a gestire la Cassa per il Mezzogiorno e quella papalina a riempire i ministeri di “tiraccampare”. Nessun privilegio per il Meridione neanche in materia di partecipazioni statali, di insediamenti industriali solidi, di linee ferroviarie veloci, di porti e autostrade. Il male italiano del dopoguerra, del quale non ci si è ancora liberati del tutto, era costituito dalla minaccia comunista, concentrata in Italia più che altrove perché il nostro paese era ritenuto il ventre molle dell’Europa attraverso cui i Sovietici avrebbero potuto tentare una sortita per incunearsi nell’Occidente democratico, anche con la collaborazione attiva del partito comunista italiano forte e organizzato. Ne sono prova tangibile le attività anti italiane in favore dell’Unione Sovietica i cui intrecci sono stati rivelati dal col. Mitrokin nei memoriali consegnati alla Gran Bretagna, che da sole giustificherebbero “Stay behind” e “Gladio”. Ora che la minaccia comunista non esiste più, o almeno non ha più i connotati di pericolosità che aveva in passato, le nazioni europee hanno dimenticato il ruolo svolto dall’Italia in favore degli alleati, che ha imposto spese ingenti per difesa e sicurezza che a loro volta hanno costituito i primi mattoni dell’attuale debito pubblico per il quale siamo tenuti oggi sotto osservazione e che ci fa considerare come un peso e un pericolo per l’economia europea. Purtroppo, il capitale che l’Italia avrebbe ora potuto spendere davanti alle Nazioni Unite per guadagnarsi un posto adeguato nel Consiglio di sicurezza, dopo il dissolvimento del comunismo è diventato un campione senza valore. Nello stesso tempo e anacronisticamente, in casa nostra si perpetuano quelle condizioni di conflittualità che durante la guerra fredda, quando recitavamo un ruolo di alta vigilanza in funzione anticomunista, del quale si è avvalso quell’intero mondo occidentale che ora non ce ne vorrebbe riconoscere il merito, hanno ritardato irrimediabilmente il nostro progresso. Per di più, c’è anche il rischio che venga rievocata a nostro danno l‘immagine di individui incivili, con riferimento ad una particolare visione dell’impegno civico e del rapporto fra stato e cittadino che ci viene attribuita e che ci fa considerare meno evoluti dei cittadini inglesi, francesi e tedeschi. Non è neanche il caso di soffermarsi su questo falso problema. La globalizzazione in corso ha inquinato le identità nazionali ed abbassato i picchi che in passato hanno differenziato gli Italiani dai mitteleuropei; inoltre, lo scadimento morale delle nuove generazioni europee ha livellato le residue differenze. In questo campo il ruolo preminente è giocato dalle leggi e dagli investimenti e questo Governo ha lavorato e sta lavorand, per colmare il dislivello legislativo, culturale e sociale che discosta parzialmente l’Italia dall’Europa che conta. Ma la speranza di ottenere il conferimento di un posto di prestigio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è del tutto perduta. Quando saremo giunti al “redde rationem” ed il Consiglio di sicurezza dovrà votare sulla nostra candidatura, l’auspicabile riconferma di Bush alla presidenza degli USA dovrebbe assicurare all’Italia un ragguardevole sostegno che potrebbe coinvolgere favorevolmente anche l’Inghilterra. Inoltre i rapporti con la Russia, che Berlusconi coltiva personalmente, dovrebbero assicurarci un altro voto favorevole. Anche la Cina ha interesse a consolidare i rapporti commerciali già avviati con l’Italia e quindi anche Zemin dovrebbe esprimere il suo consenso. Rimarrebbe di conseguenza da superare soltanto il veto francese, ispirato tra le quinte e con determinazione dalla Germania, che potrebbe essere utilizzato da Chirac per ottenere da Bush la partecipazione, per sé e Schoreder, alla ricostruzione dell’Iraq. In questa verosimile ipotesi, il nostro ingresso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe divenire presto una realtà, a dispetto degli scettici e dei detrattori.

 

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