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Il Talebano

      

   

Antologia

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Racconto biografico non autorizzato di una storia poco edificante.

 

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Profili umani

Il Talebano

Racconto biografico non autorizzato di una storia poco edificante.

(Rieti, Jan 1 2004 12:00AM)

I Talebani sono l’espressione concreta della stupidità umana: per far dispetto alla moglie, si tagliano le gonadi e poi lasciano sanguinare la ferita finché morte non sopraggiunga. Il Talebano è in genere un essere caparbio, dispettoso, stupido, ingrato, perfido, sfruttatore e opportunista, il cui unico scopo nella vita è quello di far soffrire tutti coloro che, per familiarità o per destino, sono costretti a vivergli accanto.

Questa storia traccia il profilo psichico, culturale e morale di un Talebano occidentale, intransigente e ostinato, che finse di adattarsi alle regole della società civile e sembrò volere mantenere le promesse fatte e rispettare i diritti delle persone che si erano legate a lui con vincoli indissolubili, che lo avevano soccorso nei momenti difficili della sua vita, sacrificandogli i migliori anni della loro, ricavandone in cambio incomprensioni, delusioni, torture psicologiche e fallimenti. Invece, come scopriremo più avanti, il Talebano non si era adattato per niente. Parve all’odalisca, ahimè! perdutamente innamorata del Talebano, che egli fosse di natura remissiva, attento ed affettuoso. In realtà era un egoista, freddo, calcolatore e cinico che non sapeva cosa fossero l’amore e la gratitudine. Aveva inoltre una grossa riserva mentale piazzata in mezzo ai lobi del modesto cervello: odiava i militari e, in generale, tutti i borghesi, specie quelli schierati politicamente a destra; tranne uno, il suo compagno di merende, dichiaratamente filo fascista, per il quale nutriva invece un attaccamento morboso ed inspiegabile, quasi al limite dell’omosessualità. Era anche un insoddisfatto cronico, dotato di una capacità distruttiva e autodistruttiva che cresceva di pari passo con il crescere della sua insoddisfazione.

Un certo giorno il Talebano cede all’invito di sposarsi, dopo un fidanzamento durato un’infinità. Non s’è mai capito perché abbia acconsentito a sposarsi. Uno che non crede nei valori, che non vuole figli tra i piedi, che non ama i legami, che odia la famiglia e che improvvisamente cede alle richieste matrimoniali della schiavetta che insiste per coronare il suo sogno, lascia davvero stupiti. Con ogni probabilità il Talebano acconsente alle nozze per motivi di puro calcolo: è un modo per sgravare la famiglia dal peso del suo mantenimento. Si piazza gratis e senza costi aggiuntivi in casa d’altri e sfrutterà la situazione fino a che non se ne presenterà un’altra migliore. Così infatti andò la cosa.

Il menage familiare proseguì alla meno peggio, anche se ci voleva lo stomaco della sposina per sopportare un così ingombrante fannullone. Non era capace di attaccare un chiodo, non ha mai incollato una mattonella, non chiamava l’idraulico e non collaborava in nulla: un ospite scomodo, malvestito e puzzolente per il quale la vita era un insopportabile intervallo tra il venire al mondo ed il morire. Le cose, nei rapporti familiari, precipitarono quando il Talebano, vincitore di concorso statale presso una struttura pubblica sanitaria, fu assunto a stipendio fisso in qualità di cerusico strizzacervelli, in una località distante molte miglia romane dalla città di residenza della famiglia acquisita.

L’impiego a tempo indeterminato e lo stipendio fisso li aveva sospirati e inseguiti durante gli oltre quindici anni vissuti promettendo eterno amore alla pulzella. Intanto che il Talebano sognava di fuggire da una realtà che non aveva mai sopportato, sfruttava la ragazza che gli si era attaccata come una pianta d’edera, ed alla quale dava ad intendere, con sfrontata falsità ideologica, di averla scelta come unica odalisca della sua vita.

In quegli anni il Talebano aveva dato ai suoi pochi conoscenti l’impressione di essersi integrato nella società civile e di essersi assuefatto all’andazzo della gente normale; diede persino ad intendere di essersi piegato alla routine monogama e monofamiliare. Anche se l’immagine che offriva di sé era quella di un animale insoddisfatto, rinunciatario, scontroso e selvaggio, incline all’isolamento culturale ed al defilamento sociale. Comunque, non era mai trapelato dal suo comportamento alcun atteggiamento che potesse far pensare a dei propositi di rivalsa ideologica, sociale o personale.

Né si poteva pensare che la conquista dello stipendio fisso potesse scatenare in lui decisioni inaspettate e irrevocabili come quella di chiudere improvvisamente e definitivamente la porta al passato e di cambiare completamente vita, famiglia e patria, abbandonando: la moglie, debole, bisognosa di cure e di affetto perchè reduce da una gravidanza, da un parto difficile, dall’allattamento e dalla preparazione agli esami per tre concorsi statali per insegnante di ruolo; la figlia di quattro anni, intelligentissima, sensibile, innamorata della famiglia, cresciuta in simbiosi col Talebano e la madre, calata nei ricordi, bisognosa come tutti i bambini di amore e di sicurezza; i genitori poveri e diseredati, pieni di debiti, dissanguati dalle sperse per mantenerlo agli studi universitari, licenziati in cassa integrazione e con un mutuo per la casa sulle spalle; il fratello, disoccupato, senza palle, col cervello surgelato, annientato da un’educazione paterna intransigente e fessa, reso vile dalla sofferenza di una madre depressa, vittima come lui del consorte, privo di idee e di coraggio, senza arte né parte; e infine l’amico di merende, filofascista e modesto.

Appena ebbe intascato il primo stipendio fisso il Talebano scoprì immediatamente i valori dell’indipendenza, dell’autonomia economica e dell’assenza di controlli e percepì la possibilità di diventare finalmente arbitro del suo destino. Anche se, tipi siffatti, devono sempre avere qualcuno da sfruttare ed a cui attaccarsi, per continuare a vegetare, a cui cedere il peso delle proprie responsabilità.

La nuova condizione di vita fece letteralmente esplodere la mente del Talebano, quasi un cortocircuito cerebrale, che diventò un avvenimento tanto sconvolgente e rivelatore della sua vera natura, tanto da portarlo a fargli prendere decisioni sconvolgenti, imprevedibili e devastanti, nei riguardi propri e di tutti coloro che lo avevano, fino ad allora, considerato un buon marito, un ottimo padre e un povero, inoffensivo, diavolo. Vedremo che in realtà era soltanto un pessimo diavolo! Quando infatti un Talebano diventa integralista e la sua mente si rivela portatrice di spunti maniacali del tipo “kamikaze”, non c’è più nulla da fare. L’apolide non ha mai voluto acquisire i concetti basilari della civiltà occidentale e si è considerato sempre estraneo al trinomio “Dio, Patria e Famiglia”. Gli è stato quindi facile auto-caricarsi di una energia sconosciuta, mai manifestata prima, e solidarizzare con apolidi come lui, anch’essi senza Dio, senza Patria e senza Famiglia, animati dalle stesse ideologie anarcoidi e sinistrorse, e come lui privi di morale, accomodanti ed egoisti. Quando li ha trovati, si è isolato con loro in un bunker di proprietà della nuova concubina, e minacciando di farsi esplodere, ha respinto con forza gli attacchi di chiunque volesse riportarlo alla ragione e ricondurlo nella società dei normali.

Il Talebano non è però un comune mortale; egli è un semi-Dio. E come tale, impone agli altri le sue visioni, le sue teorie e le sue decisioni e pretende che ognuno le accetti supinamente senza la benché minima esitazione, anche quando conducono i soggetti schiavizzati all’annientamento morale, materiale e psichico. Il Talebano è già programmato dalla natura per conseguire questi scopi; nulla passa inosservato al suo sguardo calcolatore e sogghignante, che gli troneggia nella piega amara che ne distorce l’espressione, a metà tra il beffardo e il minaccioso. Il Talebano è comunque un libro aperto dove si può leggere l’insidia che nasconde. Nel corso degli anni può apparire distratto e svagato, per nulla interessato alla vita. Ma se si approfondisce l’osservazione dei suoi atteggiamenti, se si ascoltano i suoi commenti appena sussurrati e dissimulati in un soffio tra le labbra dischiuse, allora diventa subito chiaro che il suo disinteresse per ciò che gli accade intorno è solo apparente. In realtà egli registra nelle pieghe anomale del cervello contorto ogni avvenimento, trasformandolo in un frammento di memoria che custodirà con cura per utilizzarlo contro chi si opporrà alla realizzazione dei suoi disegni perversi e scandalosi. Il Talebano archivia infatti tutto ed è capace di aspettare anche anni prima di estrarre dal faldone il contenuto e rovesciarlo davanti alla vittima predesignata. Nell’immediatezza degli episodi che egli memorizza, la vittima è lasciata libera di confidargli i suoi pensieri, di chiedergli aiuto, di implorare la sua pietà; ma ogni sforzo della vittima gli è del tutto indifferente.

Ma attenzione: è un trucco. Perché per lui ogni parola, ogni proposta, ogni sorriso, ogni guizzo di vita, ogni speranza, ogni sogno, sarà un fallo imperdonabile. Il Talebano immagazzina, impacchetta e conserva, nelle pieghe della sua memoria malata ogni parola, ogni gesto e, al momento desiderato, estrae il suo veleno, che aveva occultato nelle fauci feroci ed insaziabili. Non si spiegherebbe infatti come egli abbia potuto ricordare, dopo tanto tempo, il banale episodio da lui vissuto la sera che arrivò da cerusico di prima nomina in una guarnigione del nord-est ed un capo militare, osservando il suo aspetto dimesso, incoerente con il ruolo che si accingeva ad assumere, lo qualificò con la colorita espressione cara al generale Cambronne. Il Talebano, invece di contestare e di pretendere quel minimo di rispetto che è dovuto ad ogni persona, come avrebbe fatto chiunque, rimase impassibile, ma covò nel suo seno un desiderio sordo di vendetta non soltanto contro l’individuo che lo aveva offeso, ma contro ogni forma di gerarchia militare. Questo desiderio di vendetta si placò soltanto quando dopo molti anni egli poté finalmente sferrare il suo morso velenoso contro il tallone indifeso di un altro militare che non c’entrava affatto con la sua esperienza, ma che aveva il torto di essere il padre della sua vittima. Dopo essersi liberato del suo veleno, mostrò un’esaltazione incontenuta: gli occhi gli luccicavano, la bocca s’era finalmente aperta in un sorriso incontenibile, il volto s’era arrossato per l’emozione e la fronte appariva imperlata di un sudore liberatorio. La sua mente contorta si era finalmente liberata dell’insuccesso “cambroniano” di otto anni prima ed aveva realizzato una vendetta covata sordamente per anni nel suo seno di aspide. Ci vuol poco per capire che in realtà si trattava di odio di classe e di antimilitarismo viscerale; concetti già presenti nella sua mente malata ancora prima dello spiacevole incontro. Un odio elaborato e nutrito nel crogiuolo delle energie sottratte alla sfortunata sua consorte mediante lo sfruttamento fisico, mentale, materiale, sistematico e calcolato. Rimane senza spiegazione il fatto che un antimilitarista viscerale e convinto si sia arruolato volontario per una ferma di 18 mesi, pur senza condividere gli ideali, le finalità ed i destini della nazione e della forza armata, rimanendogli estranei ed inaccettati persino i colori della bandiera. C’è da chiedersi se si sia trattato di cerebropatia o di semplice anomalia psichica. L’importante per il Talebano è rimanere fedele al ruolo di kamikaze: pur di dispiacere alla moglie ci si possono recidere di netto gli zebedei!

D’altronde il Talebano era conscio dell’effetto che provocava negli altri il suo atteggiamento dimesso e la sua finta e ben giocata demitizzazione accademica. Se non si fosse messo, per calcolo e per convenienza, in condizioni di sembrare accondiscendente e disponibile, come avrebbe potuto infatti completare senza intoppi gli studi, come avrebbe fatto a sfuggire all’alternativa della solitudine e dell’isolamento, come avrebbe potuto trascorrere i 20 anni circa che lo separavano dalla libertà talebana. Ad un siffatto individuo, non mancò neanche il sostegno di quella ragazza di buona famiglia, con possibilità economiche, ottimista, trascinatrice e provvista di pacchetto “tutto compreso” che soi era invaghita perdutamente di un simulacro di uomo.

Il Talebano è certamente astuto, sa guardare lontano ed è capace di covare l’odio, il rancore, i sentimenti di rivalsa e il pensiero della vendetta; è capace di sopportare offese e umiliazioni, pur di conseguire lo scopo finale. Egli assorbe in silenzio ogni vessazione, riesce a praticare la resistenza passiva ad oltranza e non bada a fronzoli, purché gli venga consentito di spadroneggiare sul frutto dell’altrui sacrificio. Il Talebano sa bene che verrà il giorno in cui potrà girare i tacchi e voltare le spalle ai suoi benefattori, senza neanche ringraziare, adducendo il banale pretesto che, con il loro benessere economico e con la loro posizione sociale, hanno criticato la sua personalità, lo hanno costretto ad annuire quando non era d’accordo, lo hanno umiliato, deriso, insultato e tenuto prigioniero in una Guantanamo immaginaria costituita dalla famiglia acquisita e dalla moglie, con la quale si era impegnato a vivere finché morte non lo avesse separato,  e dalla quale invece è fuggito, insalutato ospite, grazie al miracolo dell’impiego statale e dello stipendio fisso.

Il Talebano è un esempio di pseudo saggezza e di vigliacca forza morale: non commenta e, apparentemente, concede sempre il suo consenso, centellinando il biasimo o dissimulandolo dietro una impercettibile smorfia; al massimo storce il muso, come se accennasse ad un sorriso e solo talvolta emette un grugnito, appena sibilato, di disapprovazione, che annichilisce chi già lo conosce, ma che sfugge a chi non sospetta in lui una tale capacità ossessiva e distruttiva. Nessuno può valutarne appieno, senza conoscerlo, il potere di annientamento della volontà di cui è capace. Il suo commento è sempre devastante come il morso dell’aspide cornuta: sconcerta i forti e distrugge la psiche dei deboli. Egli è capace di dispensare allo stesso tempo, sorrisi gelidi che esprimono l’immanente minaccia e sorrisi beffardi, covati sotto la cenere di un’apparente indifferenza, che emanano un odio biblico che non aspetta altro che di liberarsi. Non è facile capire tanto contorsionismo cerebrale. Ma, con un po’ più di accortezza, se ne sarebbe potuta forse sospettare l’esistenza.

Quando nasce un nuovo Talebano, i genitori scelgono per lui un nome che è tutto un programma, un nome profetico che gli consentirà di affrontare le circostanze della vita da una loggia privilegiata, buono per interpretare il personaggio che dovrà diventare e presago del ruolo profetico che dovrà assumere. Guai a non accorgersi in tempo che il nome da profeta che hanno imposto all’alieno annuncia avvenimenti di portata biblica, programmi di guerra e di distruzione, simili a quelli vissuti nel Vecchio Testamento dal profeta omonimo. E’ dal nome infatti che si riconoscono i Talebani e bisogna capire subito che uno con quel nome non può che essere un personaggio particolare, astuto, spietato lanciatore di sassi, calcolatore, crudele, senza umiltà e senza pietà e implacabile. Quando si è rivelata la sua potenza distruttiva è troppo tardi per salvarsi; ormai la profezia si è compiuta. Un Talebano non torna mai indietro. E, se no, che Talebano sarebbe? La vendetta del Talebano è crudele, inesorabile, e colpisce con determinazione balcanica chiunque disattenga le sue regole approssimative e imprecisate, oppure osi opporsi, anche ad una delle sue sfuggenti indicazioni, o si permetta di criticare i suoi atteggiamenti (falso)timidi e (falso)dimessi. Davanti ad un fatto di per sé disdicevole, lui abbozza mezzi sorrisi, fa spallucce, dà l’impressione che non sia successo alcunché, anzi, si affanna ad affermare che in fondo ciò che è successo è stato anche un bene, perché forse è servito di esperienza per un futuro più giusto, più libero e più radioso (Allah è grande! Avanti, popolo!). E si batte, perché gli altri ci credano. In realtà egli sta semplicemente organizzando una Crociata da combattere sul filo dell’equivoco e della menzogna, illudendosi di poter vincere la spirale dei suoi insuccessi. C’è qualcosa di infinitamente perfido nei suoi atti, che manifesta il suo gusto sadico di farsi del male. La moglie, stanca di fare la somara da carico e la fattrice da monta, delusa per le promesse non mantenute, al massimo surrogate da saltuarie puntate al supermarket sottocasa, unico ed incommensurabile svago camuffato da spettacolo di intrattenimento, minaccia, per gioco, di mettergli le corna. Vuole stimolare uno sviluppo dei rapporti assuefatti? Niente paura. Cosa vuoi che sia, argomenta il Talebano! Siamo gente civile. Faccia pure liberamente. Le soap opere ci hanno abituati a ben altro. Siamo moderni, intelligenti, siamo nati all’estero, abbiamo viaggiato, siamo persone di mondo, siamo professionisti. In fondo è come se la moglie andasse un attimo a fumare nello scompartimento per soli fumatori. Tutti ci possono andare. Il Talebano aspetta fuori, mentre i fumatori finiscono la sigaretta. Quanto ci vorrà per una sigaretta? Il Talebano resta fuori dalla porta e pare che sia persino contento. Cornuto e contento! In realtà, contento non è, e medita in cuor suo di annientare la “fumatrice” alla prima occasione favorevole. La vittima, purtroppo non capisce e il Talebano ha buon gioco. Infatti, inizialmente non le rinfaccia nulla, e non manifesta alcuna emozione. Utilizza la situazione come un gioco, per costruire la perversa macchinazione che gli consentirà di ripudiare l’impura “fumatrice”, senza alcuna pietà.

Così fanno i Talebani. Dapprima tracciano il piano, poi inventano e costruiscono le prove, quindi si assicurano il consenso del Clan, infine ripudiano le schiave, tacciandole di infedeltà e sottoponendole alla lapidazione. Ma i suoi veri interessi restano sempre il caravanserraglio e l’harem, non il progresso della stirpe e l’edificazione morale della specie: il caravanserraglio, come simbolo di una libertà selvaggia e incontrollata riservata agli uomini primitivi e l’harem come affermazione della propria indipendenza e del proprio potere sull’altro sesso. Il Talebano si acquatta perfidamente, in finta attesa, dietro la porta della fumeria, crede di udire i gemiti, li ascolta anzi, li interpreta lui stesso, li memorizza e li raccoglie in un vaso come quello di Pandora, che finge di sotterrare nei pressi del canneto.

Poi chiede, con fare mite e suadente, come sia andata; vuole sapere ogni cosa, ogni particolare, vuole credere che in effetti una scappatella ci sia stata e fa finta di goderne.

Non gli importa se la scappatella sia soltanto un’invenzione, né vorrà mai credere che sia stata inventata per stimolare la sua gelosia, nel disperato tentativo di far rivivere il sogno che il Talebano aveva annegato nelle lacrime della sfortunata consorte. Il Talebano ha materializzato ed annotato, nella sua mente contorta, sguardi inesistenti, parole mai pronunciate e gesti accaduti soltanto nella sua torbida immaginazione. Verrà un tempo in cui egli ejetterà ogni riga degli appunti memorizzati. Egli è capace di ejettare scali aerei toccati dieci anni prima, toni della voce in quella telefonata di otto anni or sono, telefoni occupati a quell’ora di quella sera di sei anni fa. Così il malessere da lui stesso creato diventa accusa, prova  a carico, diventa peccato e tradimento.

Ma se l’odalisca era veramente infedele, perché il Talebano, invece di sposarla con tanto di cresima, comunione, corso prematrimoniale, prete, altare, anelli, cerimonia, abitop nuziale, servizio fotografico, pranzo e viaggio di nozze, non l’ha ripudiata dieci, otto, sei anni prima? Misteri di una mente oscura, insoddisfatta e traditrice. Un gelido silenzio ricopre le menzogne del Talebano e la sua memoria improbabile diventa un boia implacabile, un vendicatore efferato. A lui non servono spiegazioni. Ha ormai deciso: prima si è costruite nella mente contorta le prove, poi è passato all’esecuzione del piano. Intanto, in attesa che si compia la lapidazione, pretende che la fedifraga indossi il  burqa, la imbottisce di pillole, gocce e medicinali e vuole che si presenti imbambolata al martirio; per la gloria di Allah e del Talebano. Prima di colpire, vuole che la sua macchinazione diventi un fatto reale e credibile per il Clan (padre, madre, fratello e compagno di merende). Riprende quindi a fumare, piange, si lascia crescere la barba, minaccia di schiantarsi contro i piloni dell’autostrada rivierasca ponentina. Il Sinedrio familiare ascolta le sue ragioni e convalida la sentenza: lapidazione. La sceneggiata è perfettamente riuscita. E’ proprio vero che l’appetito vien mangiando. Egli ha comunque già previsto ogni mossa, come fanno i criminali seriali quando progettano un delitto. Quindi conserva il suo aspetto professionale di timido agnello, suadente e mite, con cui riesce a dare l’impressione di saper sopportare e gestire qualunque avversità. Sorregge la condannata a morte, la stordisce con le pratiche ipnotiche sperimentate per anni, quando la usava come cavia per i compiti a casa e per le annotazioni sui testi di criminologia. La imbottisce di tranquillanti e la induce  a recitare una filastrocca inculcatale fraudolentemente nella mente indebolita dai farmaci, che dovrebbe servire a rasserenare gli infelici ed esterrefatti parenti dell’odalisca. Le prescrive altri psicofarmaci, la manda da un collega, strizzacervelli comunista come lui, per curare le patologie da lui stesso provocate in tanti anni di esperimenti e ne coarta la volontà fino a farle accettare l’infame patibolo: “Devi rassegnarti perché, tanto, non torno indietro. Ma non ti preoccupare, io ci sarò sempre”. Il Talebano, come Allah, riesce infatti ad essere in cielo, in terra e in ogni luogo, nello stesso, identico momento. Dove, come, quando e a che prezzo ci sarà, non è dato sapere, ma lo vedremo in seguito. Tanto, fare promesse non costa nulla.

A questo punto il Talebano si è liberato della crisalide che lo aveva tenuto prigioniero negli anni della metamorfosi e, come un folle che si libera della camicia di forza, spicca il volo verso orizzonti morbosi e di basso profilo. Il Talebano ha subito una metamorfosi radicale: inaspettatamente ha assunto un aspetto ieratico e severo, è diventato intransigente e fermo, sostiene, argomenta, denuncia, minaccia, afferma, accusa, ricorda, modifica, travisa e rivela una forza sconosciuta. Non aveva infatti mai rivelato questa nuova identità. Dove avrà preso tanto coraggio? Nega persino l’evidenza dei fatti ed ejetta il veleno accumulato in tanti anni di apparente acquiescenza, veleno di cui nessuno aveva sospettato l’esistenza e del quale dà la colpa alla moglie, alla figlia ed ai parenti, come del resto usano fare gli schizofrenici. Sfoga il suo risentimento per le disavventure che hanno colpito la famiglia d’origine, espelle tutta l’invidia talebano-marxista e autolesionista che gli provoca la fortuna toccata agli altri (si sa, la proprietà è un furto), riscatta il padre scellerato, difende la madre depressa, respinge i consigli del fratello clemente e bonaccione ed al compagno di merende racconta verità taroccate. Scattano allora meccanismi tenuti celati nel forziere della sua perfidia. Il Talebano inalbera il collo come uno struzzo, innalza lo sguardo al di sopra delle teste dei comuni mortali e libera gli avambracci che prima teneva retratti, come fossero anchilosati per simulare imperfezioni inesistenti e impietosire gli interlocutori ed i docenti, gesticola e minaccia. La tecnica della demitizzazione è usata dagli strizzacervelli allo scopo di sembrare innocui al cospetto dei malati mentali da analizzare. Del resto il Talebano è convinto che tutti gli uomini sono dei malati mentali. Dopo la metamorfosi, al posto di quel debole individuo, insignificante e meschinello di una volta, c’è un invincibile e orgoglioso Talebano, capace anche di denunciare la sua vittima al Procuratore della Repubblica: “Mi ha dato uno schiaffo, ha minacciato di uccidermi” ed è anche capace di ricattarla: “Chiamo i Carabinieri e ti faccio togliere la figlia”. Adesso è chiaro che il Talebano è anche vile, oltre che ateo e miscredente. Ma guai a dirglielo. Guai a fargli rilevare che professa una non-religione fondata sul materialismo e sulla promozione dei propri vizi al rango di diritti soggettivi. Guai a contestargli che gli altri sono per lui utili fino a quando devono soddisfare le sue necessità. Guai a fargli notare  che il pretendere di essere accudito in silenzio e in punta di piedi, con ali trasparenti di libellula, per non disturbare il suo raccoglimento di Talebano, è una pratica schiavistica. Guai a ricordargli che sfrutta le persone e, dopo averle sfruttate, le scarta e le distrugge. In effetti lui sceglie con cura la Corte degli schiavi che dovranno soddisfare i suoi bisogni, perché l’amore, la fedeltà, le promesse, i legami, i ricordi, i figli, costituiscono il cerimoniale, sono bottiglie di plastica da riciclare. L’importante per lui è non essere contestato, essere servito a puntino, non essere mai contraddetto, essere intronizzato in case che non gli appartengono, spendere tutto il suo denaro in cose futili ed inutili, in una parola, essere mantenuto. Il Talebano non ha neanche un’etica di vita. Ma guai a farglielo notare, guai a mostrargli le macerie della demolizione da lui freddamente programmata ed eseguita, con crudeltà bolscevica polpottiana, al solo scopo di provocare il lamento delle sue vittime e la conseguente prevedibile ribellione, per poi poter puntar il dito contro di loro, accusarle, offenderle, umiliarle, castigarle, punirle e infine compiacersi della loro distruzione. Il Talebano sa perfettamente che a causa dei suoi folli comportamenti ci saranno innocenti che pagheranno, e fa spallucce, abbozza smorfie che sembrano sorrisi, ma che sono invece ghigni e minacce. Egli borbotta che è tutto normale, che non un caso unico, che ce ne sono mille altri e che purtroppo l’unica soluzione è quella di ripudiare la moglie che non ha indossato il burqa e lapidarla, perchè altre soluzioni non sono possibili. Ma assicura che tutto sarà sotto il suo controllo, nei secoli dei secoli e così sia! E’ la medesima tecnica usata dagli allevatori di animali da macello, che spingono le bestie dentro i carri bestiame e serrano i cancelli contro le loro fauci spalancate ad implorare pietà. Dice il Talebano, per consolare le sue vittime: “Cosa volete da me? Avete da mangiare, avete da bere, qualcuno spazzerà i vostri escrementi.

Dovete solo tacere, farvi una ragione e soprattutto non dovete disturbare il manovratore”. Lasciamo allora che il Talebano viva la sua nuova vita. Cos’altro si pretende? Lui ha fatto tutto quello che la legge gli imponeva di fare. Ha persino comprato i mobili che non avrebbe mai comprato, ha firmato i contratti di servizio ed ha preso in affitto la casa coniugale. In fondo a lui preme soltanto la sua vita personale, non quella degli altri, di cui può fare strame, perché la considera un incidente di percorso, da fuggire e dimenticare. A questo punto il Talebano scende dall’autobus e freddamente raccomanda all’autista di accompagnare i condannati fino al capolinea, dove li attende il boia, e di scaricarli nei pressi del patibolo da lui stesso astutamente allestito. Ha anche provveduto perché non manchi il sottofondo musicale, Wagner per l’occasione, per esaltare l’atmosfera di tragedia che incombe sulla scena. Per tutto il resto della vita, seguiranno maniacali minitelefonate serali alla piccola vittima, e quattordicinali visite lampo notturne, per una pizza con tonno e cipolla, in compagnia dell’insopportabile compagno di merende fascista, che si protrarranno fino a notte fonda, nel fumo di tabacco e nella coltivazione dell’alienazione, affinché si avveri la profezia talebana: “Ci sarò sempre!”. Amen.

Un Talebano non soffre. Egli vive, ama, gioisce ed eleva la sua vita insulsa e inconcludente al rango di vita felice, nell’ozio, nel tedio, nella rinuncia, nell’isolamento. Gli altri, secondo la sua teoria, devono soffrire, perché appartengono a generazioni anticomuniste che non hanno mai sofferto e quindi devono provare a subire il ruolo di vittime portatrici di una colpa atavica che fa parte di un disegno superiore e che devono pagare per la redenzione della loro stirpe borghese, per il trionfo del Talebano e delle teorie comuniste. E’ la stessa tecnica usata da millenni nei territori compresi tra il Tigri e l’Eufrate, in Palestina, in Arabia Saudita, nello Jemen. Pensa il Talebano, ormai liberato da ogni vincolo: “Qualcuno si era illuso di avermi sottomesso e costretto a vivere nel mondo civile. Adesso dovrà pagare per la sua illusione. Del resto, avete avuto ciò che volevate: il Talebano aveva fame e lo avete sfamato, aveva sete e lo avete dissetato. Cos’altro pretendete adesso? Il Talebano non ha più sete, né fame, ha lo stipendio fisso, non manca di nulla e per di più ha trovato un’altra odalisca con villetta e stipendio, pronta e disposta ad accoglierlo in casa ed a cedergli la sovranità, sottomettendosi ai suoi voleri, pur di salire nella scala sociale”. Non capita tutti i giorni di abbindolare un cretino come il Talebano. Il Talebano infatti non permette che si giuochi col suo avvenire e dopo aver belato tutta la vita, un bel mattino, preso possesso dell’ufficio statale di strizzacervelli che gli assicura lo stipendio fisso, emette un ruggito, anzi un barrito: il barrito di un elefante in un negozio di cristalli. Finalmente è padrone della sua vita e può assaporare la libertà. Anche il suo Clan è orgoglioso della decisione del Talebano: “Che bravo! Che coraggio! Dopo quello di Milano, questo è veramente un Grand’Uomo”. D’altra parte hanno ragione, poveri Talebani. Era ora che si riscattassero. Dopo aver scontato la fuga dai luoghi d’origine e aver rincorso il mito per sfuggire alla miseria, dopo aver vissuto situazioni pari per difficoltà all’Esodo degli Ebrei, alla biblica Diaspora ed alla terribile Shoah, dopo venti anni di cassa integrazione e di isolamento sociale, una botta di vita ci voleva. E’ giunta l’ora di sputare in faccia ai parenti ricchi, si possono ripudiare le mogli, si possono abbandonare i figli e ciascuno è libero di farsi abbindolare dalla prima puttanella che capita. Solo la nemesi storica può chiarire i comportamenti talebani, la cui origine risiede nel DNA familiare. Se si scava infatti nell’infelice passato della famiglia di origine del Talebano (forse bisognava scavarvi prima), vi si scopre un mosaico di storie alle quali questa ultima tessera conferisce una logica coerenza. L’opera iniziata sessanta anni è infatti completa. Ma andiamo indietro e vediamo cosa faceva il Talebano, in attesa di conquistare il posto statale e lo stipendio fisso, quando meditava la vendetta e il riscatto sociale. A fine giornata tornava nella casa borghese in cui s’era insediato e si sdraiava sul letto. Forse pregava Allah in attesa della cena. Fissava il vuoto e saturava l’aere con un sincopato sottofondo di musica sinfonica per archi e controfagotti. Solo i grandi uomini come il Talebano amano la musica sinfonica, perché hanno la mente educata alle cose sublimi ed uno spirito predisposto alla contemplazione. Il Talebano infatti si sdraiava sul letto coi pedalini puzzolenti ai piedi e contemplava il soffitto. Talvolta dava corso al turpe esperimento, concepito dalla sua mente contorta, avvezza alle prove di laboratorio, di accostare il diffusore di musica sinfonica alla pancia della gestante inerme e sottomessa, obbligandola a restare immobile. L’esperimento serviva al Talebano per innestare nella psiche dell’inerme nascituro le sinfonie di Vivaldi, Mozart e Wagner e cioè di inserirle nel lobo sinistro dell’indifeso cervello, messaggi subliminali che nessuna terapia futura sarebbe riuscita mai più a sradicare. Secondo lui, quello non era un condizionamento della libertà della puerpera, né una violenza psichica contro l’inerme creatura che le cresceva in grembo. Vogliamo scherzare? Il Talebano lo sosteneva a spada tratta. L’Eletto del Signore intendeva soltanto ungere il nascituro con il crisma della musica sinfonica, che egli considerava, per averlo sperimentato personalmente, la panacea della sopravvivenza resistente e anarchica. Dei danni che in futuro avrebbero potuto turbare la psiche dell’indifesa creatura, al Talebano non caléva alcunché. Cosa volete che gliene potesse calére del fatto che un giorno la creatura avrebbe potuto associare, a quelle sinfonie innestatele a forza nel cervello come si innesta un microcip nella testa di un babbuino o come si ficca la polenta in gola alle oche in Val Padana, l’immagine di quel disgraziato Ebreo che accompagnava al forno i suoi compagni di sventura al suono del liuto, che sarebbe divenuto la colonna sonora di uno dei più tragici avvenimenti della storia contemporanea? Che squallido e devastante spettacolo! Il fatto che da adulto il nascituro potesse divenire preda di un’angoscia incredibile, scoprendo il nesso tra le turpi esecuzioni di Auschwitz ed il senso di colpa associato alle sinfonie wagneriane, del quale non si poteva spiegare la ragione, non era un fatto che il Talebano freddo e calcolatore potesse considerare. Il Talebano ha comunque e sempre amato devastare la psiche di chi gli era accanto e soprattutto di chi lo amava, e questa pratica è rimasta per lui un istinto irrinunciabile. Ogni individuo è per lui una cavia. Il Talebano istintivamente ne studia le espressioni, ne esamina le parole, ne confronta i comportamenti con quelli degli ascendenti e formula le ipotesi didattiche studiate sui libri universitari di criminologia, interpretando costantemente il ruolo accademico per cui si sente tagliato, teorizzando patologie, individuando difetti, trovando riferimenti, facendo diagnosi ed emettendo sentenze. In sostanza i suoi interlocutori sono tutti pazzi, anche la sua cavia preferita, la sfortunata odalisca che lo aveva sposato credendo di divenire la sua principessa, ma che era stata invece ridotta a schiava senza rendersene conto. L’amore cieco gioca questi scherzi. Il Talebano la convinse persino che aveva individuato in lei spunti di pazzia ereditati dal genitore, che essendo un capo militare di origine meridionale, secondo lui doveva essere dotato di un carattere violento e oppressivo, incapace di rispettare le ragioni degli interlocutori, che oscurava la personalità di figli e sottoposti. Il Talebano trovava addirittura strano che i figli del militare non fossero diventati drogati o alcolizzati, come la dottrina criminologia da lui studiata lo obbligava a credere.

Il Talebano prende nota delle sue osservazioni sui testi universitari in tempi non sospetti e quelle annotazioni dimostrano in modo inequivocabile l’esistenza di un disegno criminoso, fin dall’inizio rivolto ad abbandonare l’odalisca dopo averla usata per farci i suoi comodi. Disegno maturato ancor prima del convolo alle nozze, che comunque si sarebbe potuto individuare negli atteggiamenti fortemente critici, del Talebano, anteriori al raggiungimento del traguardo dello stipendio fisso.

Quando il Talebano pronuncia la sentenza, non c’è più possibilità di farlo recedere. E’ ostinato e testardo e la sua caparbietà si può spiegare con l’esistenza dei problemi psichici subiti nella fanciullezza. Le sentenze del Talebano sono quindi definitive e di morte. I criminali riescono ad essere graziati, gli ergastolani riescono a guadagnare la libertà, ma chi ha subito la condanna del Talebano non può essere perdonato. Il Talebano è intransigente, non perdona, non grazia, condanna e uccide, senza ripensamenti, senza retrocedere, senza pietà. Mentre il Talebano contempla il soffitto, le sinfonie di Vivaldi e degli altri autori preferiti si contorcono con i canovacci di cucina e scivolano sui pedalini puzzolenti depositati nel mezzo della  stanza e fanno da colonna sonora alla tragedia della vittima che blatera inutilmente e inascoltata, della gestante che vomita disperazione, della puerpera che allatta fiele, dell’infante che sbatte i sonagli, della cuoca che cucina cavoli e fagioli e della femmina comunque disposta ad assecondare le voglie del Talebano “rapito” dalle sinfonie wagneriane. Tutto l’universo dell’infelice prigionia si dipana nella stanza patibolare, ma il Talebano rimane disteso sul letto, semivestito, e contempla il soffitto. Il Talebano è come un Dio. Quando le odalische sono in subbuglio, lui tace, pensa, medita, crea, compie i suoi riti. Le implorazioni che provengono dal desiderio di vita della vittima lo deprimono, lo frustrano, ne ottundono i pensieri, ne offuscano i poteri divini e ne devitalizzano la personalità. Il Talebano è stanco e deve quindi liberarsi delle pastoie del matrimonio e fuggire dal destino infame che lo lega ad una realtà indesiderata e ne limita la creatività. Egli sente il bisogno di fuggire, di congiungersi con un’altra odalisca in una nuova terra, dove costruirà una famiglia virtuale, senza legami né vincoli, perché così è scritto nel Corano, perché la precedente terra e la precedente famiglia hanno esaurito la loro funzione di sostegno morale e materiale. Il risultato dello stipendio fisso è stato conseguito. Ora basta! Si ridiventa selvaggio. Solo adesso il Talebano si rende conto che gli è stata imposta ogni cosa. Purtroppo non sapremo mai chi lo abbia così tanto soggiogato, proprio lui. Il soggiogatore. Fino a fargli prendere una moglie che non voleva. Non si saprà mai chi lo abbia costretto a fornire il suo contributo fecondativo per mettere al mondo la prole da esperimento, da  abbandonare poi al suo destino senza rimorsi, né ripensamenti. Ma, si sa, l’ora del coglione passa a tutti ed è passata anche al Talebano. Tutta colpa del posto statale e dello stipendio fisso.

Quanto ai concetti di Dio e di fede, che di solito accompagnano quelli di patria e di famiglia, il Talebano professa un solo credo, basato sull’autocompiacimento di essere egli stesso il Dio da mitizzare. La sua finta demitizzazione serve a procurargli il pretesto per compiere la vendetta di classe, meditata nel corso della vita vissuta con la testa china, in attesa del riscatto sociale, e maturata nel ghetto della famiglia depressa e sconfitta. La sua fede si manifesta infatti soltanto nei confronti di ciò che egli stesso ha ideato e prodotto. Persino un atto così grave ed estremo come quello di abbandonare una creatura di pochi anni, di lasciare al suo destino la moglie fedele, di distruggere la giovane famiglia, progettato freddamente, a tavolino, diventa un’operazione che lo rende orgoglioso e gli conferisce la sensazione di essere importante, di avere guadagnato la stima del genitore fesso e inconcludente e di possedere attributi che non aveva mai mostrato di possedere. Non importa se il programma sacrificale coinvolgerà creature innocenti e indifese, se farà soffrire grandemente incolpevoli, violentati ed accusati di  misfatti inventati. Ciò che importa al Talebano è che il capro espiatorio dei suoi fallimenti paghi per i suoi insuccessi e che da questo sacrificio nasca una Fenice comunista, che incarni la sua personalità di burattino e appaghi l’orgoglio di aver compiuto una vendetta di classe.

Il Talebano è un vero kamikaze: per fare dispetto alla moglie si taglia le gonadi, poi resta immobile, con la ferita sanguinante, finché morte non sopraggiunga.

L’importante è sapere che lui è un Dio e che un Dio non sbaglia mai. Sono gli altri semmai che sbagliano. Cosa importa se nani, ballerine, odalische e  giullari gli abbiano dedicato la vita? Cosa importa se l’odalisca ripudiata abbia speso per lui tutti i risparmi, gli abbia affidato il suo destino, abbia affidato alla sua mente contorta le proprie confidenze di adolescente e se gli abbia consentito di abusare per tanti anni del suo corpo immaturo fino a farlo appassire? Cosa può importare al Talebano se gli  armadi di casa della nuova odalisca, dove ha preso dimora, saranno d’ora in poi pieni di scheletri e se gli spettri delle sue vittime si aggireranno tra le stanze rendendogli infelice il suo soggiorno?  Il Talebano ha ormai archiviato le storie precedenti e non ricorda più che qualcuno lo ha amato, sopportato, consigliato, assecondato, aiutato, accolto nella sua casa come un Principe, e lo ha incoraggiato ad emergere, ad essere tenace, a collocarsi nella società al posto che gli competeva, a liberarsi dall’apatia e dalla depressione ed a vincere. Il Talebano ha dimenticato che qualcuno gli aveva affidato per sempre i suoi pensieri, aveva speso per lui tutti i suoi soldi e gli aveva dato la casa e l’automobile. Al Talebano non frega un accidente di tutto ciò, perché egli è bello, è forte e coraggioso, e ormai si può permettere qualunque cosa, perché ha il posto statale e lo stipendio fisso. Il Talebano è un uomo che non deve chiedere nulla e non deve ringraziare nessuno, perché gli è tutto dovuto. Egli ormai, da pavido e insulso che era, sa prendere decisioni, anche gravi se occorre, con fermezza, senza guardarsi indietro e senza pensarci due volte. Quando il Talebano ha preso una decisione, questa è definitiva. Egli recupera la sua kefia dall’attaccapanni e va ad appenderla su un altro attaccapanni, in un’altra casa, in un’altra terra. Poscia depone altro seme nel grembo della nuova odalisca, come pegno della sua sincerità e come prova dei suoi buoni propositi e così rincorre l’immortalità. In effetti il Talebano è riuscito a prendere decisioni così devastanti proprio perché ha trovato un’altra odalisca disposta ad accoglierlo in casa senza condizioni, con la formula: “soddisfatti o rimborsati”. D’altra parte, c’è da capirlo. Quando si è soli in una terra ostile e lontana, costretti a celebrare turni di guardia in attesa di matti e di drogati, non si può fare a meno di un seno turgido offerto generosamente alla palpazione, su cui appoggiare la propria testolina di fanciullo. Né si può rinunciare ad intingere la penna sacrificale nel caldo calamaio dell’avventura. Le notti sono lunghe da passare e quando è guerra, è guerra per tutti. La nuova odalisca ha studiato bene il soggetto, lo ha assecondato e gli ha offerto ciò che gli era sicuramente gradito. Senza riguardo per le vittime innocenti. Ha anche pensato di poter facilmente soggiogare il Talebano con la sua femminilità, agendo sulla sua mente solitaria, debole e confusa, priva di etica, senza ideali, estranea ai valori morali, etici e familiari. E’ così riuscita nel turpe disegno di distruggere una famiglia e di lasciare senza padre una innocente creatura. Ci sono odalische furbe, prive di scrupoli, astute e sfrontate che volentieri rovinano le famiglie degli altri, pur di cambiare ceto, pur di salire a galla,  perché anch’esse, come il Talebano, sono prive di ideali, senza valori ed estranee ai valori morali, etici e familiari. Misere puttanelle che non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Ma non s’illuda la nuova odalisca. Creda pure di aver soggiogato il Talebano. In realtà è il Talebano che ha soggiogato lei. L’ha condizionata, per usarla e sfruttarla. Il Talebano possiede un DNA tarato che gli consente di passare da un letto ad un altro, da una famiglia all’altra e di procreare più figli con più donne, come insegna il Corano e com’è d’uso nei paesi islamici. Egli ha colto l’occasione per soddisfare i suoi atavici difetti. Ha appeso la kefia sul pomello più alto dell’attaccapanni della casa offertagli dalla mignottella e, ad Allah piacendo, ha iniziato una nuova saga, adoperando la sua tecnica preferita, sperimentata con successo: mezzi sorrisi, spallucce, avambracci anchilosati, finta demitizzazione. Lo scopo finale è la demolizione della volontà dell’ignara compagna, il suo soggiogamento e la progressiva distruzione della sua psiche. Il Talebano non cambia infatti mai, è sempre uguale a sé stesso. L’impresa si compirà nel giro di tre o quattro lustri, il tempo necessario per distruggerle la mente, accumulare riserve mentali e inventare i motivi per un’altra sistemazione. Il mondo è pieno di puttane e il Talebano è sensibile a questo genere di persone. Ne riparleremo! Ognuno in fondo ha il Talebano che si merita. Rimane viva almeno una speranza: che Allah fulmini d’un sol colpo tutti i Talebani del mondo.

 


 

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