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Il Verbale di contravvenzione al C. d. S. usato come mezzo di sommaria repressione

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


L’etica della sanzione

 

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La repressione coi buchi


Aspetti di incostituzionalità

Il Verbale di contravvenzione al C. d. S. usato come mezzo di sommaria repressione

L’etica della sanzione

(Rieti, Dec 4 2005 12:00AM) La legge viene elaborata attraverso l’articolazione di norme che, a conclusione dell’iter formativo, divengono un corpo impositivo che prende autorità dalla procedura di approvazione del Parlamento e di promulgazione del Presidente della Repubblica. In questo iter formativo della norma, il cittadino non ha alcun ruolo e non fa alcuna scelta, né a favore, né contro. Altri, da lui delegati, stabiliscono le regole che lui, a sua volta, deve soltanto rispettare, a pena di incorrere nelle sanzioni previste. Questa costruzione filosofico-giuridica contiene un principio hegeliano che difficilmente, a ragione dei principi impositivi su cui si basa, può essere accettato dal cittadino comune. Il cittadino di oggi, in tempi di europeizzazione sfrenata, di globalizzazione esasperata e di devoluzione delle competenze dell’autorità centrale verso livelli sempre più decentrati, peraltro scarsamente meditata, si attende di essere sempre più protagonista della vita sociale, politica e amministrativa. Il principio impositivo dei comportamenti, elaborato da pochi, il cui fine non coincide quasi mai con le aspettative del cittadino, è quindi guardato con sospetto e quando tocca direttamente i soggetti, diventa anche motivo di delusione e di istanza di rivendicazione. La legge in quanto regola nasce dall’esigenza di modulare i comportamenti sociali dell’individuo. Quando le regole scaturiscono direttamente dall’esigenza di individuare un modello da indicare ai cittadini, attraverso l’autorità conferita a soggetti cui compete l’onere di farlo rispettare, nessuna opposizione si insinua nel sentimento comune. Quando invece il modello imposto non trova riscontro nella necessità sociale di adottarlo, non è accettato, specie quando è accompagnato da una sanzione che nulla ha a che vedere con il fine dichiarato dalla norma. In questi casi, l’attività del legislatore è percepita con sospetto perché appare poco credibile e talvolta truffaldina e diseducativa. Il cittadino che è obbligato a subire una siffatta norma, non è un cittadino “felice” poiché si sente tradito e privato di quel sostegno in cui aveva riposto le sue speranze di elettore. L’espressione, comunemente usata, di “governo ladro” nasce da una insoddisfazione storica che in molti casi è divenuta esasperazione. Allorché il malcontento si radica nella società, a nulla serve cambiare governo o riproporre nuove elezioni: tanto, il cittadino comune è convinto che nulla cambierà. La scelta dei governanti diventa allora una lotteria, una noiosa pratica di routine e la sfiducia corrompe gli intelletti e si insinua nelle strutture sociali ed amministrative. Quando la legge non è percepita come modello di certezza morale e di equilibrio giuridico, si avvia anche un processo degenerativo della solidarietà culturale, che nel giro di poche generazioni sostituisce del tutto i modelli sperimentati dalle precedenti generazioni, producendo la confusione delle aspirazioni e la degenerazione dei comportamenti. I gruppi sociali, da ordinata progenie assetata di libertà e di giustizia che fin dal 1860 si era imposta di marciare verso l’edificazione del progresso, si trasformano in orda selvaggia che distrugge le conquiste dei padri e dissipa il patrimonio storico, culturale, morale ed etico ereditato. Una siffatta metamorfosi è il prodotto dall’insipienza dei governi che, pur di curare i piccoli interessi di partito e locali, perdono di vista i grandi progetti che riguardano l’evoluzione e il progresso della nazione. Manca ormai la capacità dei governi e dei parlamenti di produrre un lavoro legislativo organico, coerente e concludente che persegua fini alti e concordanti, necessari ed attesi. Infatti, qualunque possa essere la parte politica che reggerà il governo futuro, i risultati di fine legislatura saranno egualmente inadeguati e sconfortanti. Hilary Clinton, proprio in questi giorni, ha criticato l’operato di Bush accusandolo di aver commesso degli errori nella conduzione della guerra contro l’Iraq. Si badi bene: non ha detto che la guerra contro l’Iraq non si doveva fare, ma solo che lei l’avrebbe fatta meglio. E’ evidente che negli Stati Uniti contano innanzitutto gli interessi della Nazione. Nella nostra politica interna si registrano invece le beghe pettegole e inconcludenti che soffocano l’iniziativa, ritardano il progresso e scoraggiano ogni attività. Mentre negli USA conta l’adesione al progetto nazionale della lotta al terrorismo, a prescindere dalla parte politica che governa. I nostri notiziari sono diventati la ribalta del botta e risposta, non la sede dell’informazione sulle cose concrete, sulle realizzazioni e sulle proposte. La mancanza di un progetto condiviso, genera confusione ed il prodotto che ne ricava la società si sostanzia in un malessere che si ordisce nel sospetto, nella debilitazione morale e nella progressiva distruzione delle istituzioni. Né più e né meno di quanto accadesse alla tela di Penelope; ma almeno Penelope perseguiva un progetto alto. La prima istituzione a soffrire è la famiglia. Una volta aggredita, la famiglia segue la degenerazione delle altre istituzioni che invece dovrebbero sorreggere la società, in quanto create dal progresso delle idee e dall’incalzare delle necessità. Il termine “istituzione” è sinonimo di qualcosa che deve durare; deve essere quindi un punto di riferimento, di confronto e di verifica, una guida saggia e competente che serva a realizzare il bene dei cittadini. Una istituzione che si disgrega non serve a nessuno. Anzi, la sua disgregazione concorre alla dissoluzione della struttura statale e della società intera, perché ne mina i fondamenti, ne mette in discussione le certezze, ne distrugge e ne ridicolizza persino la serietà morale che l’aveva realizzata. L’accavallarsi di regole ed il concomitante prodursi di sanzioni aggredisce un tipo di cittadino ormai esasperato dalle insicurezze e dalle diffidenze. Il cittadino di cui parliamo, quello dei nostri giorni, sopporta ritmi di vita che non sono quelli che la natura aveva previsto che fossero. L’esplosione dei sistemi mediali lo costringe a prendere atto di una realtà planetaria che lo terrorizza: guerre, malattie, eventi calamitosi, catastrofi naturali, terrorismo, fame, inquinamento atmosferico, terrestre e marino, estinzione progressiva delle specie. Sono ancora tanti gli aspetti della cronaca quotidiana che lo raggiungono in ogni dove, minandone la capacità di riflessione e stimolandone reazioni autodistruttive. A questo quadro sconfortante che per certi versi ci appare ancora lontano, si aggiungono le minacce vicine, quali lo spettro del rivolgimento epocale, come conseguenza della scarsità di nascite e dell’incessante invasione di altre razze, il progressivo e inarrestabile deprezzamento della moneta, l’incertezza di riuscire a conseguire il diritto ad una pensione adeguata, l’aumento straripante della criminalità, la minaccia reale di una esasperante disoccupazione. Nella maggior parte dei casi ci troveremo al cospetto di un cittadino stanco, debilitato, infelice, perverso, sfuggente, ipocrita, depresso, esibizionista e maleducato. Un soggetto, insomma, che difficilmente potrà assoggettarsi in futuro alle norme, specie se queste non avranno la capacità di essere convincenti e di riuscire a soggiogarne in modo positivo l’intelletto, in modo tale da fargli intravedere una speranza, di coinvolgerlo in un progetto comune, di mostrargli la possibilità di realizzare il bene della speranza, che stava rincorrendo e che vede inesorabilmente allontanarsi. Detta in altri termini, i governanti dovrebbero avere la capacità di comunicare ai cittadini il progetto, di coinvolgerli e di infondere loro la fiducia che ogni progetto è realizzabile e che porterà benefici diretti e reali ed infine avere la capacità di ottenere l’accettazione delle modalità esecutive della norma e raccogliere comunque il consenso. Le sanzioni che accompagnano le regole, sono presentate come un male necessario, destinato ad indurre i soggetti che deviano a comportarsi correttamente. Le sanzioni non sarebbero quindi altro se non l’espediente finale e massimo di un unico fine positivo: l’educazione del cittadino attraverso l’opera di prevenzione e rieducazione vera e propria. Non parliamo di grandi crimini, ma di elementari regole che interessano la vita quotidiana, quali sono ad esempio le infrazioni al codice della strada. L’azione governativa e parlamentare nel settore delle sanzioni non corrisponde però all’enunciato, anzi rivela una costante tendenza a conformare i sistemi sanzionatori a quelli ancora in uso al tempo di Cesare Beccarla. Da allora, oltre che aver eliminato dall’ordinamento la pena di morte, non è che siano stati fatti dei formidabili passi avanti. Tutto il processo educativo del cittadino si riduce in certi casi alla statuizione di una pena pecuniaria di varia entità, che nelle previsioni dovrebbe scoraggiare la commissione dell’atto di devianza. La stonatura è evidente. Se la pena pecuniaria non è commisurata al reddito personale, nella maggior parte dei casi essa non otterrà l’effetto che la norma dichiara di voler perseguire, cioè la prevenzione. La pena pecuniaria uguale per tutti è sbagliata, perché colpisce soltanto i cittadini provvisti di basso reddito, mentre gli altri possono permettersi di deviare più volte dalla norma, senza che la sanzione scalfisca la loro posizione sociale. Tra l’altro, la previsione della sola sanzione, senza l’inserimento di alcuna predisposizione che comprenda la formazione dell’individuo in senso culturale e psicologico e lo stimolo o l’induzione all’assimilazione delle regole, esclude a priori la possibilità di ottenere gli effetti desiderati. Una siffatta aberrante modalità sanzionatoria viene poi affidata per l’applicazione agli enti locali, che la esercitano attraverso l’opera di agenti che a loro volta la interpretano con ampia discrezionalità, realizzando talvolta situazioni di arbitrio, illogicità amministrativa, disuguaglianza ed ingiustizia sociale. Deve concludersi che la sanzione pecuniaria è del tutto inadeguata e se non è accompagnata dalla previsione di attività formative della coscienza individuale, non ottiene il risultato di educare alla prevenzione i soggetti interessati. L’introduzione dell’obbligo di frequentare dei corsi per ottenere la reintegrazione dei punti sottratti in alcuni casi dal documento di abilitazione alla guida autoveicolare rappresenta un “affare” in senso reddituale per le scuole di guida che hanno visto così moltiplicare i loro redditi senza l’obbligo di far corrispondere alla lievitazione dei guadagni una reale professionalità degli insegnamenti impartiti. Nessuna scuola di guida, ad esempio, fa esercitare i suoi frequentatori a guidare nelle condizioni ambientali del “sabato sera”, in autostrada, con la nebbia, con il ghiaccio e la neve. Il legislatore non ha mai imposto un programma di lezioni che comprenda l’addestramento alla guida in ogni situazione temporale, ambientale ed atmosferica; né ha mai costituito una struttura efficace di controllo dell’operato delle scuole. Risultato: verbali di contravvenzione al Codice della strada, incidenti, morti. Le sanzioni pecuniarie non dovrebbero poi essere utilizzate come un improprio tributo; ciò che in realtà sono diventate. Intanto dovrebbero affluire nelle casse dello Stato e non in quelle degli enti locali; poi dovrebbero essere destinate a finanziare il miglioramento della struttura di formazione degli utenti della strada. Si realizzerebbero così i principi kantiani del contratto sociale che, a differenza di quelli hegeliani, contengono il seme sinallagmatico della solidarietà e della cooperazione sociale. Deve intravedersi nel rapporto stato-cittadino una sorta di patto che impone l’erogazione di servizi di ordine civico e sociale, avverso il corrispettivo delle tasse e dei tributi. Le sanzioni pecuniarie rappresentano una entrata per il bilancio, ma non dovrebbero essere considerate alla stregua delle imposte, ma essere destinate ad un fine coerente con la sanzione stessa, quale la realizzazione delle opere di prevenzione e di formazione. Il prof. Tremonti nel 1996 scriveva un libro dal titolo “Lo stato criminogeno” pubblicato l’anno successivo per le edizioni Laterza. Nel libro si descrive, in modo scorrevole ed avvincente, lo stallo epocale che ha colpito la nostra generazione e che ha prodotto una società corrotta il cui laicismo è in realtà uno scudo protettivo che serve a tenere lontane la religione e l’istituzione ecclesiastica dall’azione governativa e parlamentare. Libera Chiesa in libero Stato. Un laicismo questo, che si dimostra però privo di etica perché predica bene (forse) e razzola male (di sicuro) e che non sta conducendo la società verso il progresso. I governi e le amministrazioni pubbliche hanno sostenuto una riforma del costume che ha creato danni ormai irreparabili. Da una parte, si contestava l’esercizio dell’autorità, attribuendo a questo termine significati politici messi al bando per necessità storica; dall’altra, le regole che i parlamenti continuavano a produrre, incalzati dalla precarietà del dopoguerra, dalle spinte concordatarie e dal ricatto consociativo, recavano l’essenza dell’autoritarismo strisciante e della tassatività provinciale e pettegola. Niente di più pericoloso, perché le due modalità hanno potuto convivere finché la massa dei cittadini era costituita dalle generazioni educate con i criteri dello stato fascista e clericale. Con l’avvento delle nuove generazioni, estranee alla storia vissuta dai loro progenitori, le due modalità sono divenute motivo di confusione. I reduci della seconda guerra mondiale hanno cercato di liberarsi del fardello di un’autorità che li aveva condotti alla guerra e alla miseria; i loro figli, ma soprattutto i loro nipoti, si sono resi conto della grande anomalia che si nascondeva nell’apparato costituzionale e amministrativo perché aveva sconvolto le regole della convivenza. Tutta la materia legislativa repubblicana prodotta contiene infatti un germe coltivato con certosino autolesionismo, che è l’assenza del principio di autorità. La regola c’è ma non viene rispettata. Coloro i quali dovrebbero farla rispettare sono in realtà esautorati. Questo tumore costituzionale che ormai ha invaso con le sue metastasi tutte le organizzazioni, pubbliche e private, consente che si verifichino abusi, ma non consente che questi abusi vengano perseguiti: l’inciviltà sindacale, l’abuso dell’autonomia nell’insegnamento, l’evasione fiscale, l’abuso edilizio, l’inquinamento ecologico, le smilitarizzazioni, l’autonomia della magistratura, l’autonomia degli ordini professionali, le regioni a statuto speciale. Si tratta di storture originarie difficilmente sanabili, apparentemente regolate da leggi democratiche inappuntabili, ma in realtà abbandonate a sé stesse e libere di produrre danni e storture. In una situazione come quella descritta, l’unica autorità che può ancora essere liberamente esercitata dallo stato è quella di imporre balzelli, tributi, tasse dirette e indirette e soprattutto, sanzioni pecuniarie. Si tratta però di una libertà e di un potere che colpisce gli onesti, mentre lascia il più delle volte liberi i furbi, i disonesti e gli incivili. La grande evasione fiscale e la periodica proposizione dei condoni dimostra come l’autorità che impone i tributi sia effimera e inconcludente perché non riesce a produrre alcuna regola giusta, equilibrata, socialmente accettabile e giuridicamente applicabile che sia in grado di colpire con fermezza ed assoluta certezza i cittadini che non si attengono alle leggi e che evadono i tributi. Alla base ci sono conflitti di interessi. I primi e più sagaci evasori fiscali sono infatti proprio i parlamentari ognuno dei quali rappresenta una categoria corporativa che gode del privilegio dell’intoccabilità. E’ evidente che ogni parlamentare non abbia alcun interesse di scrivere una legge che lo “danneggerebbe”. Vorrei comunque riprendere il capitolo delle “contravvenzioni al codice della strada”, capitolo condotto e gestito da solerti agenti del traffico, inquadrati nei corpi di polizia municipale, o fatto fruttificare mediante l’impiego di alieni robot digitali, facenti parte di un progetto orwelliano realizzato per seminare una sorta di terrore da contravvenzione che allontanerebbe, pare, i flussi migratori automobilistici dalle strade consolari. E’ inutile ripeterlo: in proposito c’è un malcontento serpeggiante fra i cittadini di ogni strato sociale, che non nasce da idiosincrasia nei confronti dell’autorità di polizia, né si produce a seguito del deperimento della tolleranza nel comune sentire del cittadino e neanche perché lo scadimento dei valori dell’educazione civica faccia sì che qualunque soggetto alla guida di un automezzo, pretenda di assumere comportamenti arbitrari e prepotenti che mal si confanno con le regole della circolazione. Si tratta di un malcontento che ha ormai travalicato gli ambiti del commento personale, della battuta salace fatta con l’amico in piazza, o della semplice imprecazione. Quando apprendiamo dalle cronache, ormai con frequenza periodica, fatti strani, narrati in tono, se non derisorio, comunque scarsamente rispettoso del “lavoro” della polizia municipale, è segno che il rapporto tra polizia urbana e cittadini si è incrinato. Bisognerebbe ricostituirlo, con un assiduo e paziente lavoro, affinché tutti ne possano trarre beneficio. Ricordo i tempi in cui i cittadini, per la Befana, si recavano in piazza e depositavano sotto l’albero i doni offerti ai vigili urbani. Era una manifestazione di commovente affetto, rivolta all’intero Corpo che veniva così ripagato dell’attenzione e del sacrificio con cui vigilava, talvolta anche elevando qualche multa, sull’ordinata vita della civica popolazione. Aleggiava intorno a quei vigili un’atmosfera confortante, rasserenante e la copertura delle garanzie da loro fornite era di gran lunga superiore al peso di qualche giusta e meritata contravvenzione, che comunque era sempre preceduta da un’azione capillare di prevenzione e di indirizzo. Oggi non è più così. Pendono ricorsi presso la Prefettura, presso il Giudice di Pace e, per iniziativa dei Comuni, anche presso la Corte di Cassazione. Chi lo avrebbe detto? Delle misere multe comunali, rimbalzare così in alto ed assurgere agli onori della Suprema Corte. E se per caso la Corte dovesse dare ragione ai cittadini contravvenzionati dal robot non tarato, come ne uscirebbe il Comune? Ricordo che la figura del Vigile Urbano era percepita come espressione di concretezza, che infondeva sicurezza. Oggi, il vedere un vigile suscita un senso di scanzonata evanescenza ed al posto della sicurezza ci si deve quotidianamente scontrare con una sorta di terrorismo forcaiolo, ordinato alla repressione, incoraggiato probabilmente dall’esigenza di “portare a casa” un risultato contabile ed un dato statistico. Visti, come li abbiamo visti, i vigili, nelle aule scolastiche, ad insegnare l’educazione stradale ai pargoli, potremmo considerarli meritevoli per l’azione educativa che riscuote successo e promuove l’immagine. Ma tanta esposizione potrebbe alla fine rivelarsi un lavoro inutile, se sul versante dei comportamenti sanzionatori si fa di tutto per demolire l’immagine positiva guadagnata. Non si finirà mai di ripetere che la prevenzione è un vero e proprio atto giuridico dovuto, siccome previsto dalla legge. La prevenzione costituisce infatti la prestazione di un agente della pubblica amministrazione, contrattualmente legato ad essa, cui è deputato il compito di fornire un servizio avverso il corrispettivo delle tasse pagate dai cittadini. Tasse che vengono trasformate in stipendi, per compensare l’opera di servizio che ogni agente compie in favore del cittadino. Stiamo quindi parlando di una delle tante espressioni attraverso cui si realizza il contratto sociale. L’opera dei Vigili urbani, similmente a quella della polizia, dei carabinieri, della finanza, della forestale, è pagata dai cittadini “a monte”, cioè prima che inizi l’anno finanziario, con le imposte, dirette e indirette, con l’attribuzione dei fondi ai capitoli di bilancio, con le voci di spesa poste nella legge finanziaria. Si tratta di entrate certe, sulle quali lo Stato può contare. Non può infatti accadere che gli stipendi dei vigili urbani vengano legati all’incasso delle contravvenzioni, perché ne andrebbero di mezzo la loro sopravvivenza e la credibilità dello Stato stesso. Le entrate ci sono, sono già state preventivate e così pure gli stipendi. La corsa a fare cassa non trova quindi giustificazioni. Vero che il vezzo della pubblica amministrazione di spillare quattrini ai cittadini è uno spettro che si materializza sotto varie forme, non tutte provenienti da una limpida filosofia contributiva. Vengono infatti continuamente creati nuovi balzelli, e piuttosto che attuare azioni repressive dell’evasione fiscale, si preferisce raschiare il fondo dei soliti noti, attraverso sistemi sgradevoli. Uno tra i più scandalosi è quello delle giocate del lotto. Non ci si deve dimenticare che, In coincidenza dell’adozione della moneta europea, il primo abuso nazionale di raddoppio dei prezzi non è stato commesso dal pizzicagnolo all’angolo o dalla Parmalat, ma dal Governo che ha immediatamente portato la giocata minima da mille lire a un euro. Si è trattato di un’indicazione subliminale forte, provvista di un potere di penetrazione psicologica incredibile, indirizzata ad una platea smisurata e debole, i cui effetti nessun economista ha mai rilevato nelle pubbliche “udienze” televisive o sulla carta stampata. Se lo Stato raddoppia per primo i prezzi, significa che tutti possono farlo, anche Billè e gli adepti della Fenacom. E’ successo di conseguenza che gli stipendi non bastano più e che la soglia di povertà si è innalzata artificiosamente. Se fossi un vigile urbano e volessi improntare i miei comportamenti al rispetto dell’etica che dovrebbe accompagnare il mio lavoro e illuminare la mia immagine, mi opporrei al fatto di essere considerato nulla di più che un killer, o un boia che esegue sentenze sommarie. Tali sono appunto le contravvenzioni che non vengono notificate e che si materializzano in sentenze immediatamente esecutive, emesse senza aver assicurato al condannato il diritto al contraddittorio, ex art. 111 della Costituzione. Vero che si può fare ricorso al Prefetto o al Giudice di Pace, ma si tratterà per lo più del lamento di un “condannato” cui nessuno dà più credito ed avente scarse possibilità di accoglimento. L’esercizio del servizio, proprio per un fatto naturale contenuto nelle teorie sociologiche e rilevabile dalla riflessione etologica, viene spesso percepito dagli agenti incaricati di svolgerlo, come una sorta di potere. Se l’esercizio del servizio non è guidato, sorvegliato, istruito e sorretto dall’azione incessante di un’autorità matura, libera, responsabile, super partes, giusta, onesta, coerente, prestigiosa, e lungimirante, allora esso avrà ben poche possibilità di rimanere tale e si trasformerà il più delle volte in una forma di esercizio del potere che danneggia cittadini che risulteranno in fin dei conti perseguitati e indifesi. Se fossi invece amministratore pubblico, eletto dai cittadini a rappresentarli ed obbligato quindi, dalle promesse elettorali e dall’etica politica della parte che rappresento, a cogliere i loro bisogni ed a soddisfarli, farei in modo che ognuno trovasse un posto macchina libero là dove serve; organizzerei delle navette leggere, di collegamento tra i parcheggi e le scuole, e i tribunali, e le ASL, ecc. Purtroppo manca la cultura; abbiamo paura delle nostre idee e deridiamo quelle degli altri. Nel frattempo la massa dei cittadini langue nell’abbandono e la genie si corrompe in quanto dai luoghi una volta deputati ad impartire insegnamenti di morale, di educazione e di civiltà, giungono acuti lai che sono il corollario dell’incertezza sociale, della diseducazione, della scuola dell’arbitrio e delle iniziative selvagge e asociali. A volte sembra che la logica sia del tutto evaporata dai cervelli, ed è come se al posto della logica sia venuta a prodursi una voglia di dispetto ed un piacere di torturare i cittadini, in particolare gli automobilisti, che rimangono il bersaglio preferito. Per mesi, talvolta per anni, certe zone, riconosciute nevralgiche dagli agenti del traffico, non vengono prudentemente “visitata” dalla polizia municipale; direi anche coerentemente. Improvvisamente, in un giorno qualunque ed in un orario insolito, arriva un solerte agente del traffico e “spara” contravvenzioni con il sistema del “do coglio coglio”. Questo sistema è ormai stato cancellato dall’ordinamento giuridico e amministrativo italiano, e la sua sopravvivenza si giustifica soltanto con la pigrizia insita nelle menti approssimative. Neanche ai tempi di Scelba, ministro degli interni in occasione della repressione delle cruente manifestazioni dei metalmeccanici a Genova, fu adottato l’autoritario sistema. Vigeva infatti già allora la cosiddetta circolare 400 che regolava in modo democratico l’uso delle armi da parte delle forze di polizia ed in genere delle forze dell’ordine in caso di sommossa popolare. L’azione repressiva doveva essere preceduta sempre dall’invito a sgomberare, doveva essere di grado superiore a quella offensiva portata dai dimostranti, ma non dovevano mancare gli squilli di tromba e i ripetuti avvertimenti dei funzionari della Prefettura e della Questura. La risposta andava comunque obbligatoriamente indirizzata contro i più facinorosi; mai indiscriminatamente sulla folla. In questi comportamenti non era possibile esercitare alcun potere di discrezionalità. Il principio, sancito oltre cinquant’anni fa dalla circolare 400, dovrebbe illuminare ancora oggi l’opera degli agenti preposti a svolgere compiti di interazione con la popolazione, come capita quotidianamente ai vigili urbani. La recente riformulazione dell’articolo 111 della Costituzione poi, obbliga il sanzionatore ad instaurare il contraddittorio ancor prima di infliggere la pena pecuniaria. La raccomandazione di far precedere l’azione repressiva da avvertimenti e da indicazioni specifiche, dovrebbe valere in tutti i casi, altrimenti la nostra civiltà e la nostra libertà, conquistate con il dolore e con il sacrificio di vite umane, risulteranno annullate da comportamenti che sempre più somigliano a quelli delle polizie dei paesi delle banane, privi di tutela costituzionale e giuridica. Gli agenti del traffico sanno sicuramente che ogni loro atto in servizio è un atto amministrativo, anche il suono del fischietto; persino la mano che indica un percorso o che impedisce di procedere è un atto amministrativo. Essendo ogni intervento dell’agente un atto amministrativo, ogni suo cenno dovrà per tale qualificarsi, ripulendosi quindi dei gesti di impazienza, di stizza, di minaccia, di vendetta, di sommarietà, di prevaricazione. Gli esempi di tali comportamenti sono stati talvolta rilevati dalla satira cinematografica e televisiva. Il discorso sulla incostituzionalità della sanzione inflitta con procedura sommaria, investe quella tipologia di sanzioni deliberate e inflitte senza che sia stata data la possibilità al cittadino di difendersi o di rappresentare le proprie ragioni. La comune percezione è quella di aver patito un’ingiustizia e di aver subito una sanzione sgradevole, incomprensibile e inaccettabile giuridicamente, socialmente e deontologicamente. L’incostituzionalità delle contravvenzioni così elevate, potrebbe configurarsi ogni volta che un agente della polizia municipale piombi ad un’ora insolita in una zona che normalmente è lasciata al suo destino proprio a causa del caos automobilistico che notoriamente vi prevale, e si realizza con l’odioso sistema di “staccare” moduli gialli di preavviso di contravvenzione e di collocarli a macchia di leopardo sotto il tergicristallo degli autoveicoli in sosta, fino a raggiungere il numero imposto dalla dirigenza e forse anche per recuperare il tempo trascorso al bar inoperosi. Tra l’altro nelle aree nevralgiche non viene esercitata la necessaria opera di prevenzione, la quale non può considerarsi esaurita nell’equipaggiare con segnali verticali ed orizzontali l’area presa di mira. La soluzione dovrebbe essere trovata nell’assiduo presidio delle zone calde, nella creazione di aree opportunamente dislocate per accogliere almeno i flussi ordinari, se non è possibile accogliere quelli straordinari. Dovrebbe concretarsi nell’assistenza al cittadino che ha poco tempo ed a causa dell’eccessivo numero di autoveicoli in circolazione si muove con difficoltà e deve comunque risolvere i suoi problemi. Occorrono insomma nuove soluzioni. La soluzione delle contravvenzioni inflitte senza rispettare gli elementari diritti dei cittadini non acquisirà mai cittadinanza e sarà sempre più percepita come un inutile dispetto che non solo non risolve i mali che l’amministrazione dovrebbe risolvere ma che procrastina, privilegiando la facciata. Un siffatto modo, accumula discredito sull’immagine del Corpo che meriterebbe invece la gratitudine della gente, se non altro, per l’opera instancabile che svolge

 

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