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UN UFFICIALE DELL’ESERCITO ROMANO CANONIZZATO SANTO NEL MEDIOEVO

      

   

Religione

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


San Floriano Patrono di Pompieri e Birrai è uno dei tanti Militari elevati agli onori degli altari

 

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INN AUSTRIACO MARTIRIO DI SAN FLORIANO


Curiosità tra Fede e Storia

UN UFFICIALE DELL’ESERCITO ROMANO CANONIZZATO SANTO NEL MEDIOEVO

San Floriano Patrono di Pompieri e Birrai è uno dei tanti Militari elevati agli onori degli altari

(Assisi PG, 21/12/2024)

STORIA DI SAN FLORIANO PATRONO DEI BIRRAI E DEI POMPIERI

Premessa

Floriano è un personaggio straordinario. Ufficiale romano, cavaliere medievale, santo della Chiesa, patrono dei pompieri e protettore divino dei fabbricanti di birra. Tutto questo potrebbe sembrare inverosimile. Tuttavia, tutte queste attribuzioni leggendarie, che riguardano il suddetto Floriano, sono fondate su testi antichi che risalgono all’epoca dell’Impero romano e dell’alto Medioevo. La sua leggenda è stata tale che il personaggio è diventato uno dei più celebri santi cavalieri dell’epoca medievale. Un destino di questo tipo risulta evidentemente impossibile per un solo uomo nello spazio di una vita. Eppure, Floriano è veramente esistito e, dopo circa 17 secoli, il suo ricordo rimane vivace nella memoria dei Cristiani di oggi.

La frontiera militare del Danubio

La vera storia di questo personaggio si svolge all’epoca dell’Impero romano nella provincia del Noricum. Si tratta della parte nord ovest dell’Austria attuale. L’arrivo dei Romani in questa regione risale al regno di Ottaviano Augusto (-63 / 14). Nel primo secolo della nostra epoca, il fiume Danubio viene considerato come la frontiera dell’Impero con le popolazioni “barbare”, che si trovano a nord. Al fine di impedire ai gruppi barbari ostili di penetrare a sud del fiume, le autorità romane decidono di occupare, rendere sicura e di “civilizzare” questa regione. Nel corso degli anni, i territori a sud del fiume vengono pertanto colonizzati e romanizzati. Vengono costruiti dei ponti, mentre appaiono nell’area delle città impostate sul modello romano. Per gli strateghi dell’Impero, il settore del Danubio, che va dalle sorgenti di questo fiume, nella Baviera attuale, fino al mar Nero, è di vitale importanza. Si tratta di una barriera naturale contro i popoli barbari che vivono a nord delle sue rive. Stabilendo il limite dell’Impero sulla riva sud del Danubio e disponendovi delle truppe per la sorveglianza lungo tutto il suo percorso, il rischio di incursioni da parte di eserciti barbari risulta considerevolmente diminuito. Questa frontiera non ha bisogno di un muro, come quello costruito dall’imperatore Elio Traiano Adriano (76-138) in Gran Bretagna, ma necessita tuttavia delle concentrazioni di truppe in diversi punti del fiume. In tal modo, fino al III secolo, questo grande settore conta guarnigioni per complessivi 200 mila uomini, più della metà di tutto l’esercito romano. Non solamente vi si trovano legioni e truppe ausiliarie, ma anche una flottiglia che pattuglia il Danubio e che è stata probabilmente creata fra il 69 ed il 79 sotto il regno dell’imperatore Vespasiano (9-79). Le città stabilite lungo il Danubio vengono fortificate e servono da base per le truppe che montano la guardia lungo il fiume, come anche i porti per le navi fluviali romane, sia quelli di guerra che quelli commerciali. L’agglomerazione principale nella regione ovest della frontiera del Danubio è quel tempo, Lauriacum, l’attuale città di Enns (Lörch), in Austria. Lauriacum è un’importante base militare romana, probabilmente la più importante di questo settore. La città è stata anche, intorno al 213, un luogo di residenza dell’imperatore Marco Aurelio Severo Antonino Augusto, detto Caracalla (188-217). Si tratta del quartier generale della provincia del Noricum ed anche quello della Legio 2^ Italica. All’epoca di Floriano, la località viene descritta come “superiore a tutte le altre città per l’abbondanza delle sue ricchezze, lo spessore delle sue mura e la sua fama”. Esiste ugualmente qualche altra città fortificata lungo la sezione occidentale del Danubio. Ad ovest di Lauriacum si trova Castra Regina (l’attuale Regensburg o Ratisbona in Germania), che costituisce la base della Legio 3^ Italica ed Augusta Vindelicorum (Augsburg in Germaania). Seguendo il corso del Danubio verso est, si incontra Cecia (Zeiselmauer in Austria), Vindobona (Vienna in Austria), Carnuntum (fra Vienna e Bratislava, in Slovacchia), Brigetio (Szöny in Ungheria), Aquincum (Budapest in Ungheria), Sirmio (Sremska Mitrovica in Serbia), Singidunum (Belgrado in Serbia) e così di seguito fino alla foce del fiume nel Mar Nero. Secondo la “Passione di San Floriano”, cronaca che sembra essere stata redatta nell’Alto Medioevo, Floriano è vissuto in un’epoca in cui tutto il “mondo intero” risultava sotto la dominazione dei Romani “che mantengono un esercito permanente e pagato in ogni regione”. Non si conosce la sua età, ma, Floriano, “Teutonico di razza” è vissuto indubbiamente durante l’ultimo terzo del III secolo, essendo deceduto nell’anno 304. L’origine tedesca del personaggio sembra essere confermata da una leggenda, secondo la quale Floriano risulterebbe il fratello di Florent d’Angiò, che verrà ugualmente canonizzato e sarebbe cresciuto insieme al fratello sui bordi del Danubio, probabilmente nella regione ovest dell’Austria attuale. I fratelli provengono da una famiglia influente della regione, in quanto nella predetta “Passione” viene sottolineato che egli “supera tutti gli altri, per quanto ha tratto con il suo carattere e la sua famiglia”. Manifestamente, Floriano e Florent sono membri di una aristocrazia romanizzata del Noricum ed essi diventano ufficiali nell’esercito romano. Floriano sembra percorrere rapidamente i vari gradi della carriera e diventa il comandante dell’esercito imperiale nell’attuale Austria. Non viene esattamente precisato il grado raggiunto da Floriano nell’esercito romano. Agli inizi del IV secolo, egli risiede a Cecia, città fortificata sul Danubio, posta fra Lauriacum e Vindobona (Vienna), che appare come la sede del suo comando. Si tratta di un’epoca turbolenta per l’Impero romano che viene punteggiata da una successione di crisi, che comincia con l’assassinio, nel 235, dell’imperatore Severo Alessandro (208-235). Si tratta di un periodo di intensa instabilità politica al più livello di governo e, per circa mezzo secolo, l’Impero cade in una serie di guerre civili, di assassini politici e di colpi di stato, spesso ispirati dalla guardia pretoriana dell’imperatore. Questa anarchia coincide con una crisi economica di grande ampiezza, che colpisce l’insieme dell’Impero. Le relazioni commerciali stagnano, provocando l’impoverimento e l’inflazione in tutto il territorio. Queste condizioni favoriscono i nemici di Roma. I più temibili si trovano nell’Europa centrale, lungo i fiumi del Reno e del Danubio e, in Oriente, alle frontiere attuali della Turchia. Le invasioni, ad ovest, non si fanno attendere: a partire dal 236 e fino al 268, i Franchi, gli Alamanni ed i Goti attaccano e riescono ad attraversare le frontiere militari romane lungo il Reno ed il Danubio, seminando il terrore e la devastazione nei paesi adiacenti romanizzati. L’esercito romano vi si oppone, ma, nel 251, viene battuto dai Goti. Nel 252, il nord della regione dell’Oriente viene invaso dai Persiani. L’anno seguente, l’imperatore Valeriano contrattacca, ma, nel 259, viene sconfitto e catturato dai Persiani, che dopo aver saccheggiato la regione, rientrano in Persia l’anno dopo. Durante i decenni seguenti, gli imperatori successivi, che vengono spesso proclamati dai loro soldati, riescono a respingere gli invasori ed a ristabilire le frontiere. Tuttavia, queste crisi militari ed economiche evidenziano che l’Impero diventa progressivamente ingovernabile da parte della amministrazione centrale a Roma; per questo motivo si inizia a favorire la divisione dell’Impero al fine di affrontare e risolvere i numerosi problemi che mettono in grave difficoltà il governo imperiale.

L’imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano

Nel 284, il generale Diocleziano (da Diocle o Salona, 244-313) viene proclamato imperatore dall’esercito romano d’Oriente. Il nuovo augusto non è altro che l’ultimo di una lunga serie di imperatori proclamati in questo modo. Tuttavia, Diocleziano si dimostra un monarca illuminato, specie per quanto concerne la caotica amministrazione imperiale che aveva ereditato. Per lui, la chiave per ristabilire la stabilità nel sistema, risiede in una gestione decentralizzata dell’Impero. In tal modo, ogni regione potrà operare più efficacemente nei confronti dei problemi che la sollecitano. Nel 286, Diocleziano nomina imperatore il suo collega ufficiale Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo (250-310) e, nel 293, instaura la Tetrarchia. Egli rimane Primus Augustus (imperatore senior) che amministra l’Oriente con Gaio Galerio Valerio Massimiano (250-311), come imperatore aggiunto con il titolo di “Caesar”. L’amministrazione dell’Oriente romano comprende non solo l’attuale Medio Oriente, la Grecia, la Turchia, ma anche tutto quello che si trova al di sotto della frontiera militare del Danubio. Diocleziano, amministra specificamente l’Asia e l’Egitto, mentre Galerio comanda le regioni dell’Illiria e del Danubio (Austria, Balcani e Grecia). L’Occidente, vale a dire tutto quello che si trova ad ovest del Reno come anche l’Italia, l’Africa e la Spagna (penisola iberica) risulta sotto il governo di Massimiano Ercole con il titolo di Augusto. L’Augusto occidentale viene assistito dal “Cesare” Costanzo Cloro, che è specificamente incaricato del governo della Bretagna (Regno Unito) e della Gallia. Con quattro imperatori legittimi, Diocleziano spera che la nuova struttura amministrativa possa essere in grado di affrontare efficacemente le sfide della difesa dell’Impero, senza dare troppi poterei ai generali dell’esercito, che potrebbero aspirare a rovesciare il potere imperiale. Ed è proprio in questo modo che Diocleziano riesce ad arrestare la moda dei colpi di stato militari. Durante il III secolo, l’esercito romano ha conosciuto alcuni importanti disastri da parte dei suoi nemici e Diocleziano, al fine di ritrovare la temibile efficacia sui campi di battaglia, procede ad una riorganizzazione, da capo a piedi, dell’esercito romano. Lui stesso, come gli altri tre co-imperatori, essendo un soldato di carriera un generale esperto, procede a delle importanti riforme. Da un lato, l’esercito alle frontiere è ormai disposto come segue: le fortificazioni lungo le frontiere vengono rinforzate e sono integrate da numerosi nuovi forti. Come per il passato, le guarnigioni che ne assicurano la difesa sono costituite da truppe regolari. Tuttavia le legioni vengono spezzettate in unità più piccole. Un nuovo elemento si aggiunge ormai a queste truppe: la creazione di eserciti di campagna disposti schierati dietro il sistema difensivo delle frontiere: In effetti, in occasione delle precedenti incursioni, i barbari ed i Persiani, che riescono a perforare il sistema difensivo romano, sono in grado successivamente effettuare dei saccheggi all’interno del paese senza opposizione. In tale contesto, quando, dopo settimane o mesi, truppe romane, riunite appositamente per affrontarli, arrivano finalmente nel territorio invaso, i nemici sono ormai scomparsi con il loro bottino. La nuova organizzazione comporta delle unità di circa 1000 uomini che costituiscono una forza mobile che può opporsi rapidamente agli invasori che sono riusciti a superare le fortificazioni di frontiera. Questi corpi consistono di unità di truppe a piedi, chiamate Auxilia. Una parte di queste unità si compone di fanteria leggera, equipaggiati da archi, di giavellotti e di frombolieri (fionde) e, rispetto al passato, dispongono anche una aliquota consistente di truppe a cavallo. E’ probabile che i distaccamenti di 120 cavalieri, a suo tempo distaccati presso ogni legione, abbiano costituito da deposito per la costituzione di queste nuove truppe a cavallo, denominate Equites promoti. La proporzione della cavalleria può arrivare fino a 500 soldati. In tal modo, grazie alla cavalleria ed alla fanteria leggera, queste truppe sono in grado di intervenire rapidamente, colpire il nemico e di sconfiggerlo prima che possa essere in grado di ritirarsi. Questo è il mondo militare che conosce il comandante Floriano. A Cecia, egli comanda senza dubbio le truppe disposte lungo il Danubio, in un settore situato fra Lauricum (Enns) e Vindobona (Vienna). Le truppe, che compongono le unità mobili, disposte più a sud nel settore, risultano, quasi certamente ai suoi ordini; se i Barbari attaccano e riescono a mettere piede sulla riva del Danubio, il responsabile del settore deve poter comandare immediatamente i rinforzi di truppe mobili. Qualsiasi ritardo burocratico, ad esempio, per ottenere l’autorizzazione del comando superiore prima di poter attivare i rinforzi, costituisce un vantaggio per il nemico e espone al massacro i soldati della frontiera, nel momento in cui tentano di contrattaccare le orde barbare. Floriano opera dunque in un esercito romano in piena evoluzione, sia nella tattica, sia nella strategia. E’ anche probabile, considerato il suo elevato rango militare, che egli sia stato persino uno degli artefici delle riforme introdotte.

Il Cristianesimo

Purtroppo per l’Impero romano, mentre sta per finire il III secolo, compare un altro problema di rilievo. Il Cristianesimo comincia ad espandersi sempre di più attraverso l’impero e viene constatato che il suo impatto risulta crescente non solo nella società civile, ma anche nell’esercito. Le voci che corrono riportano che sempre un maggior numero di soldati, ed anche ufficiali, abbandonino i tradizionali dei greco-romani per adottare con fervore le credenze religiose veicolate dai Cristiani. Questi, apparsi a Roma all’epoca di Augusto, guadagnano sempre maggiori adepti nel corso dei secoli e tutto questo nonostante le persecuzioni. Alla fine del III secolo questa religione trova aderenti in tutti gli strati della società romana. In Austria, le voci di evangelizzazione nei ranghi dell’esercito si sono trasformate in realtà. Floriano, come anche suo fratello Florent, presi dalla fede per il Cristo, diventano cristiani. Nel frattempo la proliferazione dei Cristiani inquieta i dirigenti dell’Impero, come anche gli elementi conservatori della società romana. I fautori dell’ortodossia religiosa vedono in questa religione, dalle origini orientali, una minaccia per il pantheon tradizionale degli dei romani, pantheon, tra l’altro, in espansione in quanto l’imperatore Diocleziano aspira anch’egli alla divinità; egli adotta il nome di Jovius, allo scopo di affermare di discendere dal dio Jupiter. In un senso più politico, i dirigenti romani temono che i Cristiani possano formare un potere parallelo nell’impero. Queste opinioni risultano particolarmente sentite e virulente presso Galerio, uno dei quattro membri della Tetrarchia, che condividono il potere imperiale. Tutto questo non è di buon auspicio per Floriano ed i Cristiani dell’Illiria e del Danubio, proprio perché sono le regioni amministrate da Galerio. Ma c’è di peggio ! Nell’anno 303, Galerio convince Diocleziano sulla necessità di eliminare la fede cristiana. Secondo le loro critiche alla corte imperiale, i Cristiani avevano “rinunciato alle divinità ed alle istituzioni di Roma. Essi hanno formato un repubblica distinta, che risulta ancora possibile distruggere prima che possa acquisire una forza militare; inoltre, essa si governa per conto proprio per mezzo di proprie leggi ed attraverso suoi magistrati; essa possiede persino un tesoro pubblico; e tutte le sue parti sono intimamente legate fra di loro per mezzo di frequenti assemblee presiedute da vescovi, i cui decreti vengono ricevuti da opulente e numerose congregazioni con una implicita obbedienza (Gibbons).

La persecuzione

A partire dal febbraio del 303, Diocleziano firma una serie di decreti che colpiscono direttamente la comunità cristiana. Ormai tutti i cristiani diventano passibili di arresto e di incarcerazione, in quanto responsabili di crimini contro lo Stato. Le chiese ed i libri sacri debbono essere distrutti e l’affrancamento degli schiavi cristiani diventa impossibile. I Cristiani che rifiutano di offrire sacrifici agli dei romani vengono condannati alla pena di morte. Quelli che abiurano la loro fede sono, invece, liberati, Per Floriano ed i suoi fratelli di fede, si aggiunge anche la disposizione che prevede l’interdizione di occupare funzioni governative o nell’esercito. Vengono a tal fine nominati alcuni magistrati, dotati di vasti poteri giudiziari, con il compito di applicare i decreti imperiali. Nel 304, il console Aquilinus arriva a Lauriacum alla ricerca dei civili o dei soldati cristiani e quelli che non abiurano la fede vengono perseguitati. Aquilinus invia un distaccamento delle sue truppe a Cecia, per portare Floriano a Lauriacum, in quanto le voci che circolano riportano confermano che è diventato cristiano. Invitato da Aquilinus ad offrire un sacrificio agli dei Romani, Floriano si rifiuta, rivelando la sua fede ed immediatamente viene arrestato e condannato a morte. Aquilinus lo fa battere duramente e lo sottomette alla tortura nella speranza che possa abiurare, ma il provvedimento si rivela inutile tanto che floriano, suppliziato, proclama la gloria del Signore Gesù. Aquilinus, resosi conto a quel punto di non essere in grado di scuotere la fede di Floriano e temendo persino che il suo esempio possa dare coraggio agli altri Cristiani locali, promulga la condanna a morte. Floriano viene condotto fuori della città sino ad un ponte che attraversa il fiume Anesus (Enns) e chiede ai soldati di scorta che venga esaudita una sua ultima volontà, quella di pregare. Poi gli viene passata una corda attorno al collo, attaccata ad una macina di molino o ad una grossa pietra ed Aquilinus ordina, infine, di gettarlo dall’alto del ponte nel fiume. Durante quest’epoca, altri membri dell’esercito romano verranno martirizzati ed alcuni di essi saranno canonizzati dalla Chiesa: Nabore, Vittore da Marsiglia (nato a Roccella ionica e martirizzato nel 303), Gorgonio di Roma, Urso (martirizzato a Soluthurn o Soletta nel Vallese, in Svizzera nel 286) ed il megalomartire San Giorgio di Lydda (Lod), quest’ultimo meglio conosciuto con il nome di San Giorgio (morto nel 303 e sepolto a Lydda). La leggenda del massacro della Legione Tebana ha probabilmente la sua origine nelle persecuzioni che subiscono i militari dell’esercito romano. Secondo questa tradizione, ricordata nel 440 da Eucherio (380-450), vescovo di Lione, questa legione era composta da soldati cristiani, originari in maggioranza dell’Egitto. Nel 303 essa si trova in guarnigione nella Svizzera attuale, quando rifiuta di perseguitare i Cristiani e di offrire sacrifici agli dei romani. La legione viene pertanto annientata, per mezzo di altre truppe dell’esercito romano. Nella realtà, persino l’esistenza di questa legione viene messa in discussione: si tratterebbe piuttosto di un modesto corpo di cavalleria nel quale avrebbe prestato servizio Orso e Vittore da Marsiglia. Queste leggenda conferma, in ogni caso, che nei ranghi dell’esercito romano erano presenti numerosi cristiani, che si tenterà inutilmente di eliminare e che l’impatto di queste persecuzioni è stato certamente di grande rilievo. Comunque sia, la persecuzione dei Cristiani è votata al fallimento. L’applicazione dei decreti risulta disuguale attraverso l’Impero. In molti casi le chiese vengono semplicemente chiuse e numerosi Cristiani vengono protetti dai loro concittadini romani. Sembra anche che l’imperatore Diocleziano abbia nutrito qualche perplessità di fronte alle sevizie inflitte ai cristiani; in ogni caso, questi risulta sempre più sofferente di salute e, nel 305, dà le dimissioni dalla sue funzioni. Le persecuzioni cessano e, sette anni più tardi, l’imperatore Costantino fa mettere le iniziali di Cristo (X e P nell’alfabeto greco) sugli scudi e sulle insegne del suo esercito nella vittoriosa battaglia del Ponte Milvio.

Leggenda, santità e … pompieri

S. Floriano muore dunque il 4 maggio del 304, ma il suo ricordo rimane indelebile nello spirito dei Cristiani della sua regione. La forza della sua fede ed il suo martirio ne fanno un personaggio venerato. Diversi racconti ne costruiscono a poco a poco la sua leggenda. In tale contesto, il suo corpo gettato nel fiume si arena presso di una roccia ed un’aquila, spiegando le sue ali a forma di croce viene immediatamente a proteggerlo. Floriano, inoltre, appare ad una pia donna di nome Valeria, che provvede a raccogliere le sue spoglie per dargli onorata sepoltura. Il fervore popolare si impadronisce del personaggio e nel corso dei secoli seguenti gli vengono attribuiti numerosi miracoli. Ad esempio, nell’VIII secolo, avviene un incendio a Norimberga (Germania) che minaccia di distruggere la città ed ecco che arriva sul posto Floriano che, con l’aiuto di un grosso boccale di birra, spegne il fuoco in un baleno. Nel Medioevo, la sua reputazione è tale che nel XII secolo, viene canonizzato da papa Lucio III (Ubaldo Allucingoli, 1097-1185) . Le opere d’arte che rappresentano San Floriano risalgono al Medioevo e lo dipingono invariabilmente in tenuta da cavaliere. La leggenda perpetua il personaggio militare che era stato Floriano, trasformando il suo statuto di ufficiale romano in quello di cavaliere; il santo risulta di norma armato con una spada ed, a volte, con una lancia che porta in cima una bandiera, con l’insegna di una croce, proprio come nello scudo. Nel XV secolo, il santo possiede già un suo blasone che sono, ancora oggi, quelle del monastero che gli è stato dedicato. Floriano, in genere, viene rappresentato con una cotta di maglia o una armatura e nell’atto di gettare l’acqua su una chiesa o un castello in fiamme, ricordo, appunto, del miracolo di Norimberga. Di tutti gli ufficiali romani, Floriano è certamente quello, il cui ricordo è rimasto più impresso dopo 1700 anni. Viene venerato in Austria e, nel XII secolo, il papa dona alcune reliquie di S. Floriano al re di Polonia ed al vescovo di Cracovia, fatto che contribuisce ad aumentare la fede dei fedeli di quel paese. Il santo diventa, inoltre, nei riti della Chiesa che lo festeggia il 4 maggio, il patrono dell’Austria e della Polonia. Infine, nella metà del XX secolo, il futuro papa Giovanni Paolo II (1920-2005) è stato prete nella parrocchia di S. Floriano a Cracovia. Curiosamente, al di fuori della chiesa, è la sua leggendaria abilità nello spegnere gli incendi che assicura la sua fama. I pompieri di diversi paesi l’hanno adottato come santo patrono e non è raro vedere sule loro uniformi le insegne che mostrano il santo mentre getta l’acqua su un edificio in fiamme. Si dice che San Floriano sia particolarmente seguito da decine di migliaia di pompieri americani, che, in grande numero, si fanno tatuare sul loro corpo la sua leggendaria immagine mentre spegne l’incendio. In tal modo, la leggenda di San Floriano, ufficiale dell’esercito romano, continua a trasformarsi ed a perpetuarsi.


Massimo Iacopi

 

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