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Provini per un Paradiso cattocomunista

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


La dottrina del “ma-anchismo” veltroniano

 

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Alice nel Paese delle Meraviglie


Partito nuovo: Capo nuovo

Provini per un Paradiso cattocomunista

La dottrina del “ma-anchismo” veltroniano

(Rieti, Jun 27 2007 12:00AM)

Le cosiddette primarie per la scelta del leader del Partito Democratico si sono concluse. Veltroni, come da copione, ha stravinto. Grande sconfitta, la ex democristiana Bindi, affetta da masochismo congenito (ma non lo sapeva?). Veltroni celebra la sua investitura con un discorso che resterà memorabile per il contenuto e per la scenografia complessiva che ha visto definitivamente riuniti sotto unica bandiera ex democratici cristiani ed ex comunisti. Ma cosa rimane del discorso di Veltroni? L’atmosfera che ha accompagnato la kermesse vetroniana era quella delle cerimonie fondamentali: funerale, matrimonio e battesimo. Ma, intendiamoci, non un’atmosfera a caso tra quelle ricordate, ma una unica che le conteneva tutte e tre contemporaneamente. Più che altro si respirava l’aria pesante dei “funerali”. Bastava guardare le facce di Prodi, Fassino e Rutelli. Anche se la morte politica dei tre non era supportata che da labili indizi. In effetti si celebrava la morte del partito dei DS e della Margherita. Di contro, la concomitante fusione dei due partiti attribuiva di fatto a Fassino e Rutelli anche il ruolo di “sposini”, oltre che di segretari di partito morti e sepolti. Per cui, con alto senso dell’opportunità, i due sposi novelli di tanto in tanto addolcivano la loro espressione lugubre col rilascio di fugaci sguardi languidi, nelle intenzioni forieri di gioie, tutte ancora da scoprire ed assaporare. Per la verità, le facce dei presenti mostravano anche espressioni di scherno e di irrisione in tutto simili a quelle che la claque degli amici dello sposo solitamente elargisce agli sposi durante il pranzo di nozze, ammiccando e ripentendo battute a tema sessuale. Tutto scontato, del resto. Ma ciò che, ad ogni sferragliare di telecamera, caratterizzava le facce dei congressisti, erano soprattutto le smorfie di disgusto e di seccata sopportazione diffusamente esibite, in tutto simili a quelle dei piccoli battesimandi infastiditi dalla doccia di acqua fredda sul capo e dal sale della sapienza infilato loro a forza tra le labbra. In fondo si stava anche celebrando il battesimo del nuovo partito. A dare comunque un tono a tutto il cerimoniale c’era l’immagine di Veltroni che, giganteggiando sullo sfondo, snocciolava la favola pulita e gioiosa del miracolo veltroniano. Il nuovo leader appariva del tutto incurante delle diverse sensibilità presenti, forse ivi tradotte col sistema della “precettazione” sindacale dei pensionati, con cui solitamente si attirano masse di gitanti con la lusinga di assistere ad un evento miracoloso. Sta di fatto che l’evento tanto atteso, alla stregua di un miraggio, stava rivelando ormai tutta la forza della sua inconsistenza. Il narrator cortese imperterrito, la fronte imperlata di onesto sudore, recitava la sua litania fatta “di questo e di quello, ma anche di quell’altro”, in un esercizio funambolico teso soprattutto a non dimenticare niente e nessuno. Infatti, nel suo discorso, insieme celebrativo della morte del partito dei DS e della Margherita, nonché del matrimonio tra i sopravvissuti dei due partiti e della nascita del PD, stilava il programma (si fa per dire) di un futuro italiano impalpabile e fumoso. Veltroni a dire il vero non si è fatto mancare nulla: il fallimento “ma anche” la fortuna, la morte “ma anche” la resurrezione, la povertà “ma anche” la ricchezza. Ogni cosa ovattatamene adagiata su divani americani di velluto rosso, illuminata da pannelli solari con marchio CE forniti al popolo gratuitamente, igienizzata e ossigenata da depuratori e termoconvertitori napoletani brevettati da Bassolino e Rosa Russo Jervolino, finanziata da tesoretti, con sconti sull’ICI e riduzioni delle imposte come da programma in corso avviato da TPS, Visco, Bersani e Prodi. Il tutto elargito dal marinaio Veltroni ad una popolazione che nell’immaginario dell’oratore era ormai felice e convintamente emancipata, impiegata, accasata, istruita, curata, sfamata, informata e divertita. Per concludere: un Paradiso mai conosciuto, una sorta di Paese delle Meraviglie. In questa commistione di atmosfere si potevano anche osservare facce inquiete che, anziché ascoltare il profeta predicatore del “ma-anchismo” , mostravano segni di inquietudine, infatti, avevano occhi sfuggenti e increduli, innalzavano mezzi sorrisi appuntati con gli spilli ed esibivano orecchie calafatate con la cera. Sicché il canto delle sirene veltroniane giungeva loro ovattato come una favola e ridotto in pezzi da “vendere” con facilità sia ai fondatori del nuovo partito che agli alleati della sinistra estrema impegnati a recitare il ruolo dei condor nella savana: bistecche a Fassino, nervetti a Rutelli, filetto a D’Alema, tritato a Mussi, spezzatino a Di Liberto, muscoli a Pegoraro Scanio, ossa a Di Pietro, interiora a Dini. Insomma, la “bestia” veltroniana appena macellata era più che sufficiente a soddisfare qualunque pretesa o esigenza. Testimonial d’occasione, schierato in prima fila, Chiamparino, sindaco di Torino, splendente di luce propria per tutto l’argent speso in occasione dei Giochi olimpici invernali per dare lustro ad una città che non ne aveva bisogno, al contrario di altre città buie e puzzolenti che ne avrebbero veramente necessità. Ma questa è un’altra storia, buona soltanto per portare in primo piano quell’inaccettabile questione meridionale che si trascina irrisolta da oltre centotrenta anni e denunciare invece i goffi tentativi bipartisan che vorrebbero far bere al popolo italiano l’assunto che la vera questione da risolvere è quella settentrionale, dimenticando volutamente le vere emergenze nazionali: il flusso incontenibile dei clandestini, la disoccupazione adulta e giovanile, le sacche di povertà diffusa a macchia di leopardo, la perdita del potere di acquisto della moneta, l’aumento incontrollato dei prezzi, il mancato contenimento della spesa e l’aumento incontrollato del debito pubblico, e tralasciando i problemi della sicurezza, dell’ordine pubblico, della scuola, della mala sanità, della mala giustizia, delle intercettazioni, dello smaltimento dei rifiuti solidi in Campania e delle attività pressoché incontrastate della mafia e della criminalità organizzata. Nessun accenno, nel discorso di Veltroni, alla profonda crisi che investe l’Italia; nessun richiamo ad interventi urgenti e straordinari per ristabilire nel Paese gli indifferibili pilastri che usualmente sostengono e fanno sviluppare le società moderne, nessun riferimento al lamento che si leva da Lampedusa e da tutto il Meridione, da parte di un popolo che non ne può più di essere preso per i fondelli, di essere mantenuto nell’isolamento sociale e di essere governato a livello locale da mafiosi e corrotti. E’ vero, tutti i popoli della fascia mediterranea soffrono degli stessi mali: la Palestina ed il Libano, ad esempio, sono l’ingrandimento fotografico di una situazione che deriva, oltre che dalla storia, dalla incapacità strutturale di produrre autodeterminazione legislativa e sociale. Ma nel Meridione italiano, ai motivi storici e strutturali, si aggiungono il disinteresse delle Istituzioni e la rinuncia di queste all’esercizio dell’Autorità. Ecco allora cosa rimane del discorso di Veltroni: un’Italia presa per i fondelli, immiserita e ridotta a fanalino di coda dell’Europa, un Fassino disoccupato da sistemare, un Rutelli rottamato da riciclare, un Prodi insensibile ed inefficiente da mandare a casa (ma questa volta sarà difficile…), un D’Alema tessitore implacabile subdolo e livoroso in cerca di occupazione, una nutrita falange di personaggi politici che non vogliono schiodare dalle poltrone alle quali si sono saldamente inchiodati ed infine un Veltroni incoronato monarca di un trono già occupato a tempo indeterminato da un professore universitario che paradossalmente rimane in sella solo in virtù della sua incapacità di governare.

 

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