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DOPO 150 ANNI L'ITALIA NON TROVA ANCORA PACE

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Fini sul Cavallo di Troia verso la Corte dei Miracoli

 

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1952: dal repertorio delle leggi truffa.


Il Paese dei Golpe

DOPO 150 ANNI L'ITALIA NON TROVA ANCORA PACE

Fini sul Cavallo di Troia verso la Corte dei Miracoli

(Greccio, 13/10/2010)

Guardando agli avvenimenti pseudopolitici che si sono susseguiti nel corso dell’estate, con riferimento all’evoluzione (direi piuttosto involuzione) della politica nell’ultimo decennio ed analizzando i motivi della confusione istituzionale che sempre più denuncia il frutto marcio dello scontro tra i poteri ed il preoccupante distacco degli elettori dagli eletti, questi ultimi adusi ormai a disattendere i programmi e le promesse elettorali e votati alla definitiva soppressione dei partiti ed all’esilio della politica ed infine guardando alla soppressione del compromesso politico che pure è stato il miglior luogo per assicurare dal 1948 in poi una sorta di governabilità del paese, ci accorgiamo che il Parlamento e la Piazza non sono più i contrappesi della democrazia. Il Parlamento e la Piazza sono ormai irrimediabilmente uniti in un coro assordante e stonato che crea smarrimento nella coscienza dei cittadini normali e mina i cardini della serena convivenza ed appaiono sempre più, la Piazza come la sede prediletta per sovvertire l’ordine costituito piuttosto che il luogo della rivendicazione dei bisogni e il Parlamento come un mercato di contrabbandieri, piuttosto che il luogo del dibattito e della realizzazione dei programmi elettorali.

C’è più di un nemico dentro e fuori Montecitorio e Palazzo Madama, che contrasta e impedisce il naturale e necessario progresso della nazione. Non si tratta soltanto di frange o di poteri più o meno occulti che rivendicano con prepotenza il riconoscimento di diritti anomali e settoriali, ma anche di parlamentari regolarmente eletti e di organismi istituzionali e costituzionali ben individuati, che hanno messo da parte i canoni del rispetto delle regole, della deontologia, della prudenza e del senso civico per esercitare in misura esasperata e con modalità irrituali poteri che sembravano assegnati a determinate istituzioni e rappresentanze per regolare ambiti ben distinti e che invece hanno travalicato i confini definiti dalla Costituzione per esercitare i propri ruoli in modo anomalo e per invadere campi e prerogative riservati ad altri, sì da svolgere funzioni improprie che impediscono la naturale evoluzione politica del paese danneggiando i cittadini.

Siamo in ritardo su tutto. E’ troppo tardi infatti per risanare il debito pubblico e prima o poi la bomba scoppierà, naturalmente sotto le terga del popolo bue; è troppo tardi per morigerate il settore delle pensioni d’invalidità; è troppo tardi per licenziare e mandare finalmente a lavorare nei campi le migliaia di nullafacenti assunti negli enti locali e nello Stato a seguito di raccomandazione politica; è troppo tardi per impartire l’educazione ed insegnare l’etica, la morale ed il senso civico ai milioni di cittadini maleducati e irresponsabili che scorrazzano sulle strade e nei luoghi pubblici danneggiando ed usando violenza; è troppo tardi per creare un’organizzazione in grado di annullare del tutto l’evasione fiscale, al Sud come al Nord; è troppo tardi per restituire alla famiglia la funzione naturale che deve svolgere; è troppo tardi per convincere chi esercita funzioni direttive e di controllo che queste vanno esercitate con autorevolezza, abituando i sottoposti all’ordine, alla disciplina e al rispetto delle regole ed applicando le opportune sanzioni; è troppo tardi per strutturare scuole di formazione politico amministrativa in grado di preparare uomini di governo capaci di amministrare con competenza ed onestà le funzioni pubbliche di rappresentanza e quelle amministrative negli uffici pubblici nazionali e locali. Troppo tardi significa che per restituire alla nazione una immagine sana e credibile sarebbe necessario ripartire da un’amministrazione controllata e tutelata da appositi organismi europei multinazionali, per ridare fiducia e speranza al popolo ed innestare nelle istituzioni pubbliche e nelle organizzazioni private i semi di un modo nuovo di concepire i rapporti tra Stato e cittadini e tra cittadini. Un modo che si può osservare nella vicina Svizzera e nelle nazioni mitteleuropee. Naturalmente si tratta di pura utopia. Abbiamo ceduto vagoni di sovranità nazionale alla Comunità Europea, ma la classe dirigente italiana non accetterebbe mai tutele personali ravvicinate o controlli preventivi sul modo di amministrare la cosa pubblica.

Vorrei far rilevare che per far pagare le tasse a tutti in fondo non ci vorrebbe molto. Basterebbe avere il buonsenso, piuttosto che il coraggio, di trasformare tutti i soggetti produttori di reddito in una sorta di lavoratori dipendenti: i professionisti attraverso gli ordini professionali, le piccole imprese e gli artigiani attraverso le associazioni di categoria, le grandi imprese dal loro interno attraverso specifici organismi statali di controllo. C'è uno squilibrio tra cittadini: il reddito dei lavoratori dipendenti è sempre noto e tassato, mentrre il reddito degli altri cittadini non è affatto noto e l'evasione fisacale è la regoila. Al Sud quasi nessuno paga lòe tasse. Allora, non mi si venga a dire che così si trasformerebbe l’Italia in una dittatura o in un paese statalista, perché l’Italia è già un paese statalista, fin dalla promulgazione della Costituzione, solo che si è tempestivi nell’applicare il sistema statalista contro alcuni cittadini, mentre si è indulgenti, superficiali e interessati nell’applicare lo statalismo, alle imprese, agli artigiani ed ai professionisti. Bastino alcuni esempi: è dal 1948 che i cittadini attendono che i sindacati si costituiscano in associazioni pubbliche e sottopongano finalmente i loro bilanci alla revisione della Corte dei Conti; tutti i referendum passati con maggioranze dell’80 % e oltre, sono stati colpevolmente disattesi per cui i magistrati non pagano per i loro errori, ma vengono giudicati dall’indulgente e corporativo CSM, mentre partiti e partitini continuano ad incassare finanziamenti per tutti i cinque anni della legislatura anche quando non possano vantare eletti al Parlamento ed anche in caso di interruzione anticipata della legislatura. Una vera vergogna. Un popolo serio diserterebbe le urne in massa. Noi no, noi speriamo sempre nella raccomandazione e continuiamo a votare il bugiardo di turno che promette mari e monti e poi si eclissa per i rimanenti cinque anni, dedicandosi soltanto ai suoi propri interessi.

Ma guardiamoli i faccia questi sfacciati. Gli schermi televisivi nei talk-show e nelle interviste e le pagine dei giornali ne sono zeppi. Fuori da ogni forma di moderazione le loro facce esprimono odio e rancore e comunicano violenza ed incitano alla ribellione. Sembrano volti di ossessi in preda a raptus di follia, le cui espressioni minacciose, insieme ai gesti violenti ed irosi, all’eloquio volgare ed offensivo ed ai toni irruenti e smodati, mostrano un volto della classe politica italiana più simile a quello dei Giacobini nella Rivoluzione francese che a quello dei governanti di una nazione civile. Si è invero travalicato ogni limite. L’insulto è divenuto prassi. Il turpiloquio, linguaggio comune. Eppure c’è gente che affida a questi soggetti il suo mandato, sperando in cosa? Nella lotta corpo a corpo e nella soppressione materiale dell’avversario? Ad interloquire, spesso facce, sorridenti, flemmatiche, accondiscendenti che snocciolano dati numerici e ripetono la litania delle cose realizzate, sempre le stesse, con bei titoloni, ma… “ sotto il vestito niente”. Intanto la legislatura trascorre e tutti gli eletti incassano ad libitum compensi, indennità, rimborsi, trasferte, benefici,. E il debito pubblico continua a salire.

Si è anche riaperta la stagione delle aggressioni personali, anche se facciamo finta di non vederle. Contro il Papa, contro giornalisti e uomini di governo. Vengono attribuite a folli e classificate come fisiologiche e commentate con cinismo: “Se l’è cercata!...” Persino il Senatore a vita Andreotti si è abbandonato di recente a simili commenti. Un magistrato in pensione ha fatto intendere che le aggressioni potrebbero essere false o inventate. C’è in corso una gara a chi distrugge per primo l’avversario politico. L’arma della menzogna, che si auspicava fosse perita insieme al muro di Berlino, si ripropone più cruenta che mai e viene esercitata in modo straordinario per travisare la realtà dei fatti, per interpretare e distorcere frasi, parole, gesti, per colpevolizzare a prescindere, per il gusto di mettere in ridicolo, di demolire la persona, di metterne in dubbio la credibilità, di sporcane l’immagine ed in definitiva di impedire l’esercizio dell’azione politica a chi, seppure contornato da collaboratori inadeguati e talvolta anche disonesti, ne detiene la titolarità in forza del mandato popolare.

La cattiveria ha sempre caratterizzato i potenti, ma in pubblico tutti si sono sempre sforzati di salvare almeno la faccia, esercitando un certo fair play. Un clima così non si era mai registrato in Italia. Eppure ne abbiamo passati di brutti momenti, a partire dal banditismo nel dopoguerra. Abbiamo attraversato il ’68, siamo passati per l’irredentismo altoatesino, per i sequestri sardi, per la stagione dei cantieri insanguinati in Calabria che accompagnò la costruzione della Salerno - Reggio,  fino a giungere alla non meno triste stagione delle stragi, delle brigate rosse, dei sequestri eccellenti e degli attentati a giornalisti, a politici e a magistrati, fino ai tanti misteri nostrani irrisolti (Piazza Fontana, Ustica, ecc.) che offrono tuttora un’immagine di questo paese che non ha eguali nel mondo se non nel Medio Oriente o nelle repubbliche sudamericane.

Il Parlamento è ormai in uno stato di permanente stallo; la Costituzione, come del resto la vollero i Padri costituenti, è ingessata, surreale, incompatibile e immodificabile e le poche revisioni  apportatevi l’hanno resa vieppiù impraticabile, tanto da costituire documento giustificativo di ogni nefandezza, nel bene e nel male.

Sembra dunque giunto il momento della resa dei conti. Ed anche se nessuno ne parla, si sente una maledetta puzza di golpe, ma di un golpe appartenente ad una particolare specie che nel corso degli anni, dall’Unità ad oggi, abbiamo già sperimentato, quando per intero, quando a pezzi o a strisce.

In effetti ci sono tanti modi per organizzare e portare a compimento un colpo di stato. Ognuno di questi modi punta a sovvertire l’ordine costituito o, comunque, a modificare in maniera sostanziale e risolutiva la struttura giuridico-amministrativa di uno stato in un momento di particolare disordine.

Oggi il clima è divenuto particolarmente rovente: gli equilibri si sono rotti, c’è confusione ed una corsa sfrenata alla frammentazione delle idee, del potere, delle responsabilità, delle ragioni, con il risultato che non c’è responsabilità, non c’è autorità, non c’è governo. C’è bisogno di risorse, l’attuazione di riforme sostanziali alla Costituzione si è fatta impellente, si è instaurata una sorta di lotta tra poteri che porta all’immobilismo ed all’inerzia, la sovrapposizione dei poteri la fa da padrona, la crisi mondiale fa vittime sia tra i lavoratori che tra gli imprenditori, il potere d’acquisto della moneta europea è ulteriormente calato a livelli insostenibili. Ciò che sta accadendo oggi sembra dunque prodromico di un golpe o di qualcosa che gli assomiglia molto.

Fin dal suo nascere, e poi nel corso della sua breve storia, l’Italia è stata costantemente terreno per colpi di stato o tentativi, quando in via legislativa e amministrativa, quando attraverso atti reali di sovvertimento. Talvolta in forma occulta, talaltra palese, alcuni andati a “buon” fine, altri abortiti sul nascere. Non sempre però i golpe sono stati percepiti come tali dal popolo. La grancassa al momento accreditata spesso ne ha illustrato gli aspetti riconducendoli al potere legislativo ordinario e minimizzandone la portata e alla fine, suggerendo conclusioni di comodo. Da ricordare la famosa “legge truffa” del 1952, che attribuiva premi di maggioranza tali da far intravedere l’abuso del partito di maggioranza, la D. C., su quelli di opposizione, che non poche proteste suscitò all’epoca. Non si può negare che si trattò di un golpe strisciante, introdotto con legge dello Stato per assicurare la governabilità.

Lo scopo dichiarato di ogni nuovo atto politico è stato sempre quello di assicurare Libertà alla nazione e Futuro al popolo. Parole chiave riesumate da Fini, in un rigurgito di statalismo socialista di inizio secolo, disponibile a tutte le soluzioni possibili che però vedano lui al centro del quadro politico odierno. Il progetto Fini è semplice (i Tulliani e Montecarlo sono del tutto ininfluenti, così è deciso!): la sinistra è in crisi, i “cespugli” sono tagliati fuori dal gioco politico parlamentare, Berlusconi presto o tardi, mancandogli il sostegno di finiani e “casinisti”, finirà in manette senza neanche passare per il “via”. Le promesse politiche basate sull’esigenza di “libertà” e sulla speranza di un “futuro” migliore sono sempre state gli elementi trainanti che hanno rimosso lo scetticismo dalle coscienze delle masse popolari e convinto le classi dirigenti della necessità di cambiamento. Non è un caso quindi che a montare il cavallo di Troia degli oppositori viscerali di Berlusconi si sia insediato Fini, unico soggetto istituzionale capace di infliggere il colpo di grazia alla morente democrazia italiana, sotto la copertura politica di una bandiera appositamente creata, che promette al popolo Futuro e Libertà. E non è neanche un caso che il suddetto “cavallo” venga sospinto e applaudito, già da un biennio,  da forze antagoniste quali il PD e l’Italia dei Valori, o addirittura eversive, quali i movimenti extraparlamentari dei Grillini a 5 stelle e del cosiddetto Popolo viola (i No B day) a cui si accompagnano frange irriducibili di sindacato e insegnanti precari di lungo corso, tutto con la copertura e l’assenso delle forze parlamentari sedicenti democratiche. Comunque, un golpe anche questo, strisciante per quanto si voglia, ma abbondantemente annunciato, nei fuori onda e nell’indice alzato, nei rimbrotti pubblici e nei pettegolezzi privati, nelle occhiate di traverso e nelle spalle voltate (di Fini). Vittorio Feltri ne è stato il cronista assiduo e puntuale, checché se ne dica.

Tornando alle origini dell’Unità d’Italia, troviamo che la conquista dello Stato Pontificio e del Regno Borbonico da parte dei Piemontesi fu caratterizzata da tradimenti, sommosse e voltafaccia, quindi da golpe veri e propri, con tanto di esecuzioni capitali, stragi, saccheggi e massicce razzie e confische di beni. Ai tempi odierni  i tradimenti e i voltafaccia vengono addirittura istituzionalizzati e promossi nel contesto dei giochi di Palazzo chiamati ribaltoni. Ma, parliamoci chiaro, sempre di golpe si tratta, anche se incruenti.  Qualcuno, comunque, ci lascia quasi sempre la testa, nel senso che, per vendetta, non sarà ricandidato.

Anche la presa di Roma, il XX settembre 1871, ebbe a godere di connivenze ed intelligenze di gentiluomini e nobili romani, già futuri Italiani in pectore. Naturalmente la storia l’hanno scritta i vincitori, per cui le cronache degli avvenimenti dell’epoca sono state edulcorate e rappresentano il frutto soppesato di compromessi privati e di menzogne pubbliche. Ci sono voluti secoli perché la verità emergesse in tutta la sua evidenza, sollevando i veli dell’ipocrisia e dell’oblio e rivelando gli errori, le violenze, le sopraffazioni che caratterizzarono il compiersi dell’Unità territoriale d’Italia e che hanno impresso percorsi sociali obbligati e causato al Sud squilibrio sociale ed economico, povertà, sottosviluppo e tendenza a delinquere, mentre al Nord, per contrappeso, hanno prodotto sviluppo, ricchezza e superiorità ideologica. Ciò spiega la genesi delle conseguenze sociali, storiche e politiche che hanno creato e mantengono tuttora vive le differenze sociali ed economiche tra Nord e Sud. Il Sud fu visto né più né meno che come una colonia da svuotare della sua ricchezza e da emarginare. L’analfabetismo del Sud e l’attribuzione generalizzata ai patrioti dell’immagine di “briganti”, divennero il pretesto per  rendere impossibile la comunicazione tra i due “diversi” tronconi di popolo ed il motivo per rinunciare all’innesto nei territori colonizzati del sistema sociale mitteleuropeo e per ostacolare e scoraggiare la convivenza tra le diverse etnie, così negando ogni possibilità di integrazione. Il rifiuto all’integrazione è così divenuto reciproco, ma chi ne issa il vessillo è il popolo leghista che non fa mistero di sognare una soluzione secessionista.

In effetti, si perpetua ancor oggi la drammatica divisione degli Italiani del Nord e del Sud in Polentoni e Terroni. E la recentissima polemica sull’acronimo SPQR tra Bossi ed Alemanno non è che l’ultima evidente espressione dei reali sentimenti delle popolazioni del Nord verso quelle del Sud, tra le quali esistono divisioni ideologiche, morali, culturali, storiche, sociali ed economiche insanabili.

Alle migliaia di meridionali, resi improvvisamente poveri ed affamati dall’invasione piemontese, non restò altro da fare che lasciare la patria per emigrare verso il miraggio americano che si rivelò come un nuovo e più cocente tradimento delle loro legittime aspettative. Anche l’America li emarginò e passò un secolo perché i figli dei figli riscattassero le loro qualità positive fino a ricoprire posti di responsabilità e di governo in seno alla nazione americana.

Neanche la Costituzione del ‘48 pose rimedio al delitto perpetrato dai Piemontesi contro le popolazioni del Sud dell’Italia. Fece anzi peggio, perché moltiplicò i motivi della separazione, anzi li incentivò, allorché concesse gli Statuti speciali che si proposero come una panacea per scongiurare le istanze di separatismo, ma in realtà stimolarono nei politici dell’epoca soltanto la sete di conseguire facili patrimoni, soprattutto con la Cassa per il Mezzogiorno. Per il popolo fu un altro salto nel buio. Buio che al Sud continua a partorire strani mostri politici che poi vengono incomprensibilmente adottati a livello nazionale. Le recenti comiche finali del MPA di Lombardo, che vede eletti di parti contrapposte alleati per governare l’Isola,  con il pretesto che gli altri sono o disonesti o mafiosi, ne sono l’ultima dimostrazione. Dovremo attendercene la replica a Palazzo Chigi?

La strage di Portella della Ginestra, cui seguì l’uccisione del bandito Salvatore Giuliano e l’uccisione in carcere del cugino Salvatore Pisciotta, non portano forse impresso il marchio di un golpe di inizio Repubblica, peraltro malamente orchestrato, tanto da far trasparire, dalla successione dei fatti stessi, l’incoerenza delle versioni pubbliche accreditate all’epoca?

Ma anche l’assassinio dei Giudici Falcone e Borsellino è da considerare a tutti gli effetti un golpe, non solo nella sua rappresentazione drammatica, ma anche negli atti che la precedettero e che la seguirono, tra cui l’allontanamento da Palermo di Falcone, coperto da un pretestuoso “moveatur ut promoveatur” e la misteriosa sparizione dell’Agenda Rossa di borsellino dal luogo dell’attentato. Persino i processi per mafia ad Andreotti sono per molti versi da iscrivere nell’elenco dei golpe nazionali. A proposito di processi golpe, è troppo presto per valutare e definire esaustivamente la vicenda giudiziaria che tiene impegnato Berlusconi fin dalla sua “discesa in campo”, ma che vi sia in tutto il contesto una forte puzza di  “fumus persecutionis” nessuno può negarlo. Lo ha confermato a denti stretti persino Amato l’altro ieri: “Un accanimento giudiziario contro il premier è possibile che sia accaduto. Il numero di indagini dà netta la sensazione che sia stato un bersaglio molto consistente.”

Tornando alle origini della Repubblica, la stessa uccisione di Mussolini, che ancor oggi rimane un mistero, non fu altro che un golpe, il primo golpe della nazione liberanda. Golpe ben riuscito, anche perché compiuto, a quanto si sostiene,  sotto la supervisione degli Inglesi, interessati ad occultare le prove dei loro scorretti comportamenti di ante guerra. Fu quello un atto di violenza gratuito che ebbe lo scopo di sottrarre lo statista italiano ad un processo che avrebbe rivelato le vere ragioni dell’entrata in guerra dell’Italia, da una parte “usato” dal capo del governo Inglese Churcil, dall’altra stretto in una morsa dal dittatore del III Reich Hitler, il quale senza mezze misure aveva avvertito: “O con me o contro di me!...”.

Anche la marcia su Roma venti anni prima, fu un golpe incruento; tollerato da Casa Savoia, digerito dalle classi dirigenti, imposto alla popolazione stanca e impreparata ed infine coralmente accettato, soprattutto dai ceti intermedi.

Ma erano quelli altri tempi. Oggi i golpe si compiono più che altro in Parlamento, in modo subdolo, strisciante, talvolta coi “salti della quaglia”. La storia della Repubblica ne ha registrato vari tentativi, qualcuno malamente sostenuto da un’aura di goliardìa patriottarda e nostalgica, privo comunque di qualsivoglia sostegno popolare. Salti nel buio, per fortuna senza possibilità di successo. Tuttavia altri tipi di golpe hanno caratterizzato la vita del paese, anche se pochi se ne sono accorti: la “longa manus” dei potentati industriali e finanziari ha influenzato, condizionato ed indirizzato la politica per ottenere da questa le leggi adatte alla sua sopravvivenza. In compenso i politici si sono accontentati di buone sistemazioni per sé e per i parenti, mentre il paese affondava lentamente nel debito pubblico e scontava le conseguenze dell’inflazione, della disoccupazione, della pressione fiscale eccessiva e del PIL traballante. Le politiche attuali e le tecniche di gestione della cosa pubblica fin qui perseguite, peraltro da addebitare alle generazioni di politici di ogni area che si sono succedute al governo del paese, sono da assimilare alle tecniche golpiste, con la differenza che si è trattato di golpe silenziosi e settoriali, ad uso e beneficio di pezzi di industria, pezzi di stato, poteri forti, lobbies, caste e cricche varie. In questa panoramica possiamo individuare golpe istituzionali e costituzionali, golpe parlamentari e giudiziari, golpe industriali e finanziari, tentativi di golpe reali, sostenuti dal terrorismo e da attentati e persino tentativi di golpe in concorso con potenze straniere occidentali e mediorientali, che hanno illustrato, dal 1948 ad oggi, le cronache italiane e che sono entrati di prepotenza nella storia di questo paese imprimendo un indirizzo a seconda delle esigenze contingenti alla politica ed un destino fallimentare alla nazione.

Procedendo all’indietro, il più recente golpe parlamentare e istituzionale è costituito dal cosiddetto ”Porcellum”, nato come Tatarellum e divenuto nel suo percorso evolutivo la famosa “Porcata” del leghista Calderoli. C’è da osservare che il definitivo “Porcellum” venne accettato da tutte le forze politiche, che videro nel truffaldino sistema elettorale la possibilità di acquistare maggior potere, in un momento in cui i partiti politici erano stati cancellati dalle azioni giudiziarie di Tangentopoli, mentre quelli caparbiamente superstiti avevano perso credibilità. Al popolo si narra ancora adesso della necessità di impedire il voto di scambio e le conseguenze che ne derivavano, ossia le tangenti, ma adesso che si ventila un ritorno al passato, si registrano opposizioni neanche tanto sotterranee e appare certo che difficilmente si realizzeranno le maggioranze per una modifica dell’attuale sistema.

Ancora tanti altri golpe hanno illustrato la storia italiana. Il finanziamento ai partiti, vi abbiamo accennato prima, continua ad essere elargito contro la volontà del popolo, con un sistema dispendioso e truffaldino che ha del delittuoso. Circa la responsabilità personale dei magistrati, si continua a sollevare i giudici da ogni responsabilità  in giudicando, malgrado il risultato corale del referendum l’avesse resa praticabile. Un altro recente, macroscopico golpe fu operato da Ciampi e Prodi, allorché trascinarono l’Italia nel sistema monetario europeo, senza interpellare i cittadini e pagando alle Banche europee private, proprietarie della Banca Centrale Europea, un prezzo doppio di quello corrente, realizzando di colpo un impoverimento della nazione illogico ed ingiustificato, al limite del delittuoso. Ricordo che nel Triveneto, per combattere l’inflazione, si acquistavano sotto banco marchi tedeschi a lire 900 ciascuno. Dopo la trattativa Ciampi, i Tedeschi entrarono nel sistema alla pari, pagando un solo marco per un euro, mentre noi Italiani fummo costretti a pagare il doppio, duemila lire per un euro. Se non è un golpe questo?...Molti dei Polentoni, furbi, trovarono sotto il mattone il doppio di quanto trovarono i Terroni, fessi. Le conseguenze di un simile disastro le stiamo pagando ancora oggi. Ecco perché siamo poveri, perché è stata dimezzata tuta la nostra “ricchezza”.

Non si finisce mai di individuare la gran quantità di golpe tentati o portati a segno da più parti contro la stabilità e l’equilibrio della nazione, contro i lavoratori e le famiglie, contro la libertà e la democrazia: mi viene in mente la tassa sulla salute, restituita “a parole”; penso alle addizionali sui carburanti…stiamo ancora pagando per il terremoto di Messina e Reggio del 1911, mentre a Porto Said un litro di benzina costa 10 cent di euro; è recente, ma tardivo, il pronunciamento della Corte Costituzionale circa l’illegittimità dell’applicazione dell’Iva sulla Tarsu, cioè di un’imposta su una tassa…un primato incredibile e di rimborsi neanche a parlarne…un decreto-golpe ha “liberato” lo Stato da ogni responsabilità patrimoniale e della cancellazione dell’Iva sulle accise, ancora neanche si parla. I Governi italiani hanno finanziato la Fiat a cadenze regolari. Ogni volta che la Fiat minacciava licenziamenti, ecco pronto il sostegno governativo, con il placet dei sindacati, che si traduceva in fior di miliardi che venivano elargiti alla Famiglia Agnelli affinché non licenziasse gli operai esuberanti. Adesso si scopre che il Senatore con l’orologio sul polsino infrattava ingenti capitali all’estero e non ci pagava neanche le tasse. In compenso il debito pubblico aumentava e nel frattempo diminuivano le vendite di automobili italiane. Mi sono chiesto più volte quali accordi sottobanco fossero intercorsi con le fabbriche giapponesi affinché la Fiat si astenesse dal progettare fuoristrada in concorrenza coi SUV nipponici che per decenni hanno assorbito l’intero mercato italiano ed europeo. Ma guai ad attribuire colpe alla famiglia Agnelli, “…su de Rica non si può”. Non è stato un golpe anche questo, del quale hanno pagato e pagano le conseguenze la nostra economia e le nostre finanze?

Come si può facilmente comprendere, purché si disponga di una normale intelligenza non corrotta da ideologismi, si tratterà ogni volta di golpe posti in essere da pochi e potenti individui, legati tra loro da interessi di non facile esibizione, quando di natura strettamente economica, quando derivati dalla mera esaltazione di un potere stravolto da deliri di onnipotenza, quando suggeriti da malintesi obblighi di sottomissione alle potenze vincitrici nel secondo conflitto mondiale, quando esercitati all’interno di una logica nazionalistica alla ricerca di improbabili garanzie contro il terrorismo mediorientale.

Dei ribaltoni si può parlare. Sono così recenti che li ricordano tutti. Essi sono la forma più evidente di golpe strisciante di tipo parlamentare portato a segno senza neanche l’ausilio di uno straccio di decreto o di legge truffa. Basta ricordare gli ultimi, poderosi per le conseguenze che ne sono derivate. Il primo di Bossi, il secondo di Mastella. Entrambi i golpe sono stati portati a segno per modificare l’assetto del Governo, sostituendone gli attori legittimi con altri di comodo e modificando i programmi di governo, oltre che l’orientamento politico.

Ma il golpe più rilevante e devastante della Repubblica rimane quello che è passato alla storia come l’operazione  “mani pulite”, che ha visto annientare partiti e classe politica, che ha processato i personaggi più in vista della politica e di governo e che ha registrato vittime innocenti, che addirittura ha provocato suicidi per l’eccesso di potere esercitato da magistrati il cui cinismo trova uguali soltanto negli anni confusi della caduta del regime fascista e della repressione partigiana che si accompagnò alla liberazione dall’invasione tedesca. Memorabile la condanna alla fucilazione di un giovane della RSI ottenuta dal PM Scalfaro. Del golpe “mani pulite”, oltre alla disintegrazione dei partiti e della classe politica, ci rimane l’On. Antonio Di Pietro da Bisacce, il tribuno intransigente, cattivo e violento, che pretendeva di risanare il malcostume italiano mediante la tortura psicologica del “tintinnar delle manette” in faccia ai malcapitati e la carcerazione preventiva senza accuse specifiche finalizzata ad estorcere confessioni “spontanee”; tutto ciò, contro la Carta dei diritti dell’uomo e fuori da ogni garanzia costituzionale; cittadini in balia degli umori di un esagitato privo di una vera cultura giuridica, quindi pericoloso, tant’è che è stato praticamente incentivato ad uscire dalla Magistratura. Questo fior di galantuomo ha poi fondato un partito che si richiama ai “valori” e siede in Parlamento incassando ricchi “rimborsi” elettorali, tra gesticolare di mani, motti dialettali ed imprecazioni urlate e da quelle posizioni offende ed insulta quotidianamente Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio dei Ministri, senza neanche curarsi della scarsa considerazione in cui è tenuto. I suoi compagni di squadra nell’operazione “mani pulite” si sono intanto dileguati. Ogni tanto appaiono per sputare sentenze, presentare un libro pieno di odio classista, farsi eleggere al Parlamento e, di recente, mettere in dubbio l’attentato a Belpietro. Ciò malgrado, il malcostume delle tangenti non si è esaurito, sia a destra che a sinistra, sia a livello locale che, come sembra, ai livelli alti, anzi si è addirittura specializzato: tangenti in natura (escort), contributi “all’insaputa” del destinatario, consulenze milionarie, contratti RAI, bancomat d’istituto nella disponibilità di amanti, ecc.

Lascio quindi aperta la possibilità di individuare altri golpe che hanno caratterizzato e influenzato la storia di questo travagliato paese, tentati o realizzati, in forma legislativa o dietro ingerenze e pressioni, direttamente contro i cittadini o indirettamente sui bilanci dello Stato. Nella Gazzetta Ufficiale se ne troveranno alcuni: uno in particolare è stato sventato in tempo in corso di approvazione di una recente legge finanziaria, ove, per realizzare il golpe, erano stati inseriti due commi quasi identici e lontani tra loro; come a dire, se ne scoprono uno, l’altro passa. Invero un golpe di bassa lega, con la tecnica dei ladri di galline; i responsabili, rimasti ignoti a noi cittadini, andavano privati a vita della capacità di ricoprire incarichi pubblici. Invece sono ancora tra noi.

Ma al momento, il golpe che bisogna seguire nella sua evoluzione, la madre di tutti i ribaltoni, è quello che sta realizzando Fini dalla poltrona di Presidente della Camera e da fondatore del movimento politico Futuro e Libertà, con il sostegno di una parte consistente della magistratura attiva, di una schiera trasversale di parlamentari e di una moltitudine di giornalisti della televisione e della carta stampata, con la spinta fragorosa di movimenti extraparlamentari, di una parte del sindacato, dei precari della scuola e persino di Luca Cordero di Montezemolo (gli agnelli non finiscono mai di colpire) e di Emma Marcegaglia, entrambi a titolo personale e sotto gli alti auspici del Presidente della Repubblica che più di tanto non si espone, ma tifa già da un pezzo per l’archiviazione anticipata dello scomodo Berlusconi, delle cui capacità di governo cominciano però ad accorgersi anche i partiti di opposizione. Bersani ha di recente arringato i suoi: “Attenti!...Berlusconi non è la macchietta che abbiamo preso in giro fino ad ora. Forse lo abbiamo sottovalutato…”.

Ma lasciamoli lavorare. Ne parleremo più avanti.

 


 

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